La vita al tempo del colera/La vita quotidiana

La vita quotidiana | La preghiera | La battaglia dei meloni | L'amore al tempo del colera | La grande fuga | Il morbo in versi
Quando nella primavera del 1855 scoppia l'epidemia di colera, Bologna sta attraversando un momento molto difficile: la città è occupata dagli austriaci, che puntellano il logoro potere pontificio, e l'economia risente della profonda crisi del settore tessile che aveva portato ricchezza e lavoro nei secoli precedenti.
Come si viveva in una città di poco più di 70.000 abitanti, dove ogni giorno decine di persone venivano colpite dal colera (si arrivò a 169 casi registrati in un solo giorno, il 12 luglio), e la maggior parte di queste morivano dopo poche ore o al massimo dopo pochi giorni?
Per cercare di capire come i bolognesi affrontassero una realtà così drammatica, si deve ricordare che il cholera morbus era una malattia misteriosa e incontrollabile, che rendeva le comunità colpite totalmente indifese, assillate dalla paura di una morte atroce che poteva cogliere chiunque e all'improvviso.
Molti, avendone le possibilità, fuggivano, isolandosi nelle case di campagna, mentre in città tra il popolo si diffondevano voci incontrollate di avvelenamenti di massa, messi in atto dagli aristocratici per eliminare i meno abbienti.
Di fronte al rischio della morte imminente, molti si affidavano alla fede, partecipando a processioni e preghiere pubbliche dedicate a immagini sacre che già in passato avevano salvato la città dalla peste, mentre c'era chi si rifugiava in una rassegnata apatia; altri, come spesso accade nei momenti tragici, approfittavano delle circostanze per fare affari, lucrando sulle debolezze e sui bisogni del prossimo.
Paura ed angoscia modificavano i normali rapporti tra le persone, le abitudini alimentari, la vita di tutti i giorni: anche se non se ne avevano le prove, si pensava che il colera potesse essere contagioso, e dunque si limitavano i contatti personali non indispensabili, così che un gesto normale come stringere la mano poteva scatenare il dubbio angoscioso di avere contratto la malattia.
Si evitavano i cibi che si credeva potessero favorire l'insorgere della malattia, come i fichi, i meloni e i cocomeri. Si invitava il popolo a moderare gli eccessi alimentari, il che doveva sembrare piuttosto singolare a chi da sempre era costretto a tirare la cinghia.
Chi poteva permetterselo, portava sempre con sé un flacone di spirito canforato, per proteggersi dall'aria che si credeva corrotta da misteriosi miasmi.
Le scuole vennero chiuse anzitempo, le fiere e i mercati sospesi, gli spettacoli teatrali annullati.
Informazioni sulla vita quotidiana al tempo del colera si hanno da lettere, cronache, diari e dalle relazioni ufficiali, mentre poche sono le notizie che trapelano dai giornali, sottoposti a rigida censura.
Nel caso dell'epidemia del 1855 risultano particolarmente interessanti alcune pagine di un romanzo, una fonte di per sé atipica rispetto alle fonti tradizionali; si tratta di un'opera ambientata nella Bologna del colera, scritta nel 1856, solo pochi mesi dopo la fine del flagello, da un avvocato bolognese, Enrico Farnè. Questo libro, di cui si è già trattato nella sezione dedicata all'omeopatia, offre squarci di grande interesse sulla realtà quotidiana a Bologna durante l'epidemia e la precisione dei riferimenti forniti dall'autore lo rendono uno strumento prezioso per ricostruire l'atmosfera che si viveva in città in quella terribile estate del 1855.
        
Camera con vista sul lazzaretto
Anche nei momenti più difficili la vita continua e si pensa agli affari e al futuro.
Gli abitanti della zona del Pratello, dove era situato il grande lazzaretto dell'ex monastero dei Santi Lodovico e Alessio, a epidemia quasi conclusa protestarono: non era facile affittare appartamenti nei pressi di un luogo dove ogni giorno transitavano decine di cataletti che trasportavano malati e cadaveri, e ne chiedevano quindi lo spostamento.
In effetti l'area era densamente popolata e non adatta ad ospitare un lazzaretto, ma la mancanza di conoscenze sulle modalità di diffusione della malattia non consentirono di fare scelte più appropriate.
Non si sapeva, ad esempio, che le mosche trasmettono il vibrione posandosi sugli alimenti dopo essere state in contatto con materiale infetto. La posizione centrale di San Lodovico era d'altronde molto comoda per il ricovero dei malati dai quartieri più lontani e per la vicinanza della camera mortuaria di San Rocco.
La zona del Pratello, dove si erano verificati quattro casi di colera già nel 1854, fu una delle più colpite dall'epidemia del 1855.