L'epopea delle lavandaie
Quello della lavandaia era un mestiere tipicamente femminile,
inteso come una sorta di prolungamento dei lavori domestici;
non era regolato né riconosciuto ufficialmente e per
esercitarlo bastava semplicemente munirsi di una tavola o
un'asse di legno su cui sbattere la biancheria e di cenere
o sapone fatto di grasso animale per lavare. Il lavoro, anche
se occupava buona parte della giornata e andava avanti tutto
l'anno, estate e inverno, era scarsamente remunerato ed era
quindi esercitato dalle classi più umili.
A Bologna erano presenti tre tipologie di lavatoio: quello
"a trincea" consisteva in una barriera in muratura
ricavata lungo il canale dietro la quale si poteva stare a
lavare all'asciutto; quello "a gradinata" era formato
da gradini sommersi nell'acqua, dove d'inverno si collocavano
delle botti di legno per stare all'asciutto; quello "a
ponte levatoio", infine, era formato da un semplice tavolato
di legno posto a livello dell'acqua sul quale si doveva lavare
in ginocchio, ed era quindi il più faticoso. Considerando
che l'acqua dei canali lungo i quali si trovavano i lavatoi
era generalmente inquinata, è facile immaginare le
precarie condizioni igieniche nelle quali si svolgeva il lavoro
di tante donne bolognesi.
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Con la forza dell'acqua: mulini, pile, gualchiere
A partire dai tre corsi d'acqua che entravano nel centro della
città (torrente Aposa, canale di Reno e canale di Savena)
si andò a formare, nel corso dei secoli, un complesso
sistema di distribuzione delle acque da trasformare poi in
energia idraulica. Fin dal Medioevo a Bologna si iniziò
infatti a sfruttare l'acqua come forza motrice di un gran
numero di impianti per le più diverse attività
artigianali e industriali. Questa complessa rete micro-idraulica,
costituita da canalette e chiaviche, alimentava una molteplicità
di forme di sfruttamento dell'energia idraulica a fini industriali:
cartiere, impianti di molitura del grano, ferriere e, soprattutto,
i filatoi, ovvero i mulini da seta, che dal Medioevo fino
alla fine del Settecento hanno reso Bologna una grande realtà
industriale a livello europeo. Gli impianti erano dislocati
lungo tutti i canali cittadini, ma soprattutto lungo la sponda
sinistra del canale di Reno e nella sua diramazione del Cavaticcio,
dove la pendenza del terreno consentiva un buon flusso d'acqua
per alimentare le macchine. Macchine che erano all'avanguardia:
il mulino da seta bolognese è considerata la macchina
a più alto sviluppo tecnologico tra quelle utilizzate
e prodotte in età preindustriale.
I filatoi davano lavoro a centinaia di operai e garzoni, e
ancora di più erano quelli che lavoravano nell'indotto
della lavorazione dei prodotti filati. Allo stesso modo è
facile immaginare le precarie condizioni igieniche di lavoro
nei filatoi alimentati dalle acque inquinate dei canali.
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Scarichi delle fabbriche si gettano
nel canale Cavaticcio.
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Incisione del canale Cavaticcio di
Antonio Basoli.
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La zona del Porto Naviglio, a ridosso
delle mura, in un momento di secca.
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La crisi
Sebbene fossero all'avanguardia soprattutto nella lavorazione
della seta, alle aziende bolognesi, tra la fine Settecento e
l'inizio dell'Ottocento, mancò la capacità di
effettuare il decisivo passaggio alla prima fase della rivoluzione
industriale. La lavorazione della lana e della seta, che fino
ad allora si era distinta per il suo livello quasi industriale,
per mancanza di investimenti scivolò lentamente verso
una produzione quasi del tutto domestica, i cui prodotti superavano
raramente i confini della provincia.
La chiusura di tanti impianti di lavorazione provocò
non solo disoccupazione di un gran numero di addetti, provenienti
per la maggior parte dalle classi popolari, ma anche l'abbandono
della manutenzione e della pulizia periodica di molti tratti
di canali cittadini che, rimasti privi di cura, si andarono
inevitabilmente a trasformare in corsi d'acqua maleodoranti
e inquinati. |
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Descrizione di un filatoio a tre ponti fornito dell'occorrente.
Tavola VI. Figura
XXI: Questa figura rappresenta l'insieme del filatoio col
suo relativo meccanismo, che serve a mettere in movimento
tutte le singole parti che lo compongono, e particolarmente
ciò che costituisce il gran castello stabile, mentre
dalla fig. 22 scorgesi l'insieme del gran castello mobile,
e così uniti formano tutto ciò che chiamasi
filatoio. Tavola VI. Figura XXII: Gran castello mobile di
un filatoio a tre ponti, ed inoltre un piano di tavelle visto
in facciata.
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Pietro Negri, Manuale pratico per la stima delle
case degli opifici idraulici, Bologna, presso Marsigli
e Rocchi, 1852
Collocazione: 2. C. VI. 83 |
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