Il colera arriva in città
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Quella dell'estate del 1855 non fu la prima né l'ultima
epidemia di colera che colpì Bologna nel corso del
XIX secolo. La prima grande ondata di colera che aveva
imperversato in Italia nel periodo 1835-1837 aveva risparmiato
la città, anche perché in quell'occasione era
stata messa in opera una perfetta rete di cordoni sanitari
e di controlli alle frontiere sulle merci, sulle persone e
sulla corrispondenza in entrata e in uscita - misura, tra
l'altro, del tutto inutile -. Nel corso dell'epidemia successiva,
quella del 1849, il centinaio di morti che si contarono
furono quasi del tutto localizzati tra gli ospiti dell'Ospedale
del Ricovero, dove la malattia passò velocemente da
una persona all'altra: la responsabilità del contagio
in quell'occasione fu data a un contingente di soldati austriaci
da poco rientrati dall'assedio di Venezia, città dove
la malattia imperversava da tempo, cosa che fece aumentare
l'odio nei confronti degli occupanti stranieri.
Ben diverso il caso dell'epidemia del 1855 che andò
a colpire pesantemente Bologna e questo perché, sebbene
fosse ancora in vigore il regolamento sanitario che aveva
così ben funzionato per la salvaguardia della popolazione
negli anni Trenta e Quaranta, molte delle sue indicazioni
non vennero poste in essere, in particolare i controlli alla
frontiera furono quasi del tutto assenti. Quando poi la malattia
fece le sue prime comparse in città, le autorità
e i medici tardarono a riconoscerla, cominciando ad intervenire
solo quando ormai il contagio si era ampiamente diffuso.
Una terza epidemia avrebbe poi colpito la città
nel periodo 1865-1867, ma non causò neanche 200
morti, e un'ultima ancora, nel 1886, che provocò 400
vittime.
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IL ROMANZO: Era il 29 maggio
del 1855, allorché i due medici Biagi e Salvanini
notificarono alla Commissione Medica il primo caso
di colèra in Bologna.
Non tardarono a tale annunzio le autorità governative
e comunali di prendere i provvedimenti più
solleciti. Difatti, la casa ove era avvenuta quella
morte funesta, fu affatto isolata, impedendo a chicchessia
per molti giorni di comunicare cogli abitanti di quel
luogo.
Enrico Farnè, Teresina Rodi
e un medico omeopatico, Firenze, a spese dell'editore,
1856, p. 189-190.
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Gazzetta di Bologna,
n. 147, sabato 30 giugno 1855, p. 1.
Giornale ufficiale del governo, sul quale venivano pubblicati
gli avvisi e le notificazioni emanate dal Papa e dal
Legato.
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Il Vero amico. foglio settimanale,
28 giugno 1855, p. 103.
Pubblicazione di ispirazione cattolica e filo conservatrice.
Alla metà dell'Ottocento a Bologna l'attenta
censura pontificia proibiva la pubblicazione di qualsiasi
foglio che tentasse anche la più timida opposizione
all'operato delle autorità.
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Aprile: Altrove in queste pagine,
abbiamo avuto occasione di parlare con verità del
defunto Arcivescovo; quindi ce ne dispensiamo al presente
per rispetto della tomba! [...] Oggi [18 aprile n.d.r.]
hanno luogo nella Metropolitana le solenni esequie per l'Arcivescovo
Oppizzoni. [...] Grande è la folla de' curiosi che
si accalcano in S. Pietro. I funerali non sono fatti con
grande pompa, non vi è musica, e pochi gli apparati.
[...] Sopra altissimo feretro scorgevasi la salma dell'Oppizzoni
colle vesti arcivescovili. Fin dal giorno avanti il cadavere
era in putrefazione, e nella chiesa, quantunque vasta, sentivasene
la conseguenza.
Enrico Bottrigari, Cronaca di Bologna,
Bologna, Zanichelli, 1960-1962, v. II, p. 327-328.
Luglio: Il Comune provvede alle
necessità molte derivanti dall'invasione del flagello
cholerico, e provvede da solo, poiché il Governo
non se ne dà pensiero alcuno. È questa la
Carità Evangelica con la quale s'adopera il Sacerdozio
a sollevare le angustie e le sofferenze del popolo. [...]
Agosto: Intanto Monsignor Commissario e Pro-legato
nostro, persevera nella paura che l'invade, e se ne sta
spettatore impassibile delle disgrazie che affliggono la
povera Città. Quindi niuna iniziativa per parte del
Governo per migliorare la condizione infelicissima in cui
ci troviamo; nessuna misura che valga alla salute pubblica,
nessuna che rincuori l'animo de' Cittadini! [...] Ad ogni
cosa provvede il Comune che trovasi sempre più aggravato
per le ingenti spese che gli addossa il Governo.
Enrico Bottrigari, Cronaca di Bologna,
Bologna, Zanichelli, 1960-1962, v. II, p. 334 e 336.
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Gazzetta di Bologna
13 agosto 1855, n° 183
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La mappa del contagio
Nell'estate del 1855 all'interno della cerchia muraria
il "morbo asiatico" si diffuse con grande
facilità soprattutto in quelle aree che erano
caratterizzate da una più alta densità
abitativa e da precarie condizioni igienico-sanitarie.
Queste zone, che si trovavano spesso in prossimità
o sulle rive dei corsi ancora scoperti dei canali, erano
quelle abitate soprattutto dai ceti popolari, in particolare
dalle famiglie degli artigiani e degli operai.
Anche se la malattia raggiunse tutta la città,
vi furono delle zone nettamente più colpite di
altre: via del Pratello con via San Felice e tutte le
strade comprese; via delle Lame; via del Porto e tutta
la zona del Naviglio; via Mascarella e via del Borgo
di San Pietro; tutta la zona alle spalle dell'Università
compresa tra via San Vitale e l'attuale via Zamboni;
più a sud, via Santa Caterina con parte di via
Saragozza, ma soprattutto l'area alle spalle dell'odierno
Palazzo di Giustizia, compresa tra Miramonte e Solferino
e via d'Azeglio, allora particolarmente depressa.
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Enrico Corty, Pianta della città di Bologna dietro
i più recenti cambiamenti, 1850
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