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Le conoscenze mediche sul colera al tempo
del colera
Le conoscenze mediche che si avevano sul colera nella prima
metà dell'Ottocento non erano molto diverse da quelle
presenti nei testi classici di Ippocrate e di Galeno. I due
grandi medici dell'antichità avevano descritto due
specie di colera, uno umido, accompagnato da abbondanti scariche
alvine, l'altro secco con sola formazione di abbondante gas
intestinale. Galeno, in particolare, attribuiva il "colera
umido" all'esistenza di umori acri generati dalla corruzione
degli alimenti. Si riteneva che il calore atmosferico esaltasse
la sensibilità della mucosa dello stomaco e aumentasse
il desiderio delle bevande fredde, acquose, acide e degli
alimenti vegetali, che, a loro volta, determinavano l'aumento
dell'irritabilità gastrica. In Europa la maggior parte
dei medici concordava sul fatto che la malattia si presentava
frequentemente in chi faceva uso di pesci salati o affumicati,
di ostriche e, in generale, di crostacei, di carne di maiale,
di alcuni vegetali come cipolle crude, funghi, pesche e prugne
immature, meloni e cocomeri.
La sintomatologia, abbastanza caratteristica, era facilmente
riconosciuta dai medici, dopo la prima epidemia degli anni
Trenta dell'Ottocento. L'esordio della malattia si presentava
sempre con abbondantissime scariche alvine simili all'acqua
di riso, accompagnate da vomiti, detti allora biliosi. Il
loro colore veniva descritto con tonalità, che andavano
dal porpora al nero con odore fetido. Nella descrizione del
paziente, tormentato da una grandissima sete, i medici sottolineavano
le irregolarità del polso e del respiro. All'esame
obiettivo si rilevava, poi, la presenza di una faccia pallida
ricoperta da sudore freddo; gli arti con contrazioni convulsive
o rigidità simil tetanica. Il singhiozzo e i conati
di vomito, così violenti, che a volte portavano alla
lacerazione dei legamenti del diaframma, impedivano l'assunzione
di qualsiasi medicina. Non era, poi, possibile praticare clisteri
per l'enorme quantità di gas intestinali che si formavano.
La diagnosi differenziale con le altre patologie gastrointestinali
si basava essenzialmente sulla mancanza nelle enteriti (termine
sotto il quale si raggruppavano diverse patologie) della secchezza
estrema della pelle e nella presenza di movimento febbrile,
che nel colera mancava. Mentre la "colica" causata
dall'avvelenamento da piombo sebbene presentasse un vomito
incoercibile, si distingueva dal colera per la comparsa di
una grave stitichezza. Gli altri avvelenamenti (antimonio,
arsenico) a sintomatologia gastroenterica non presentavano
la sequenza vomito/diarrea caratteristica, invece, del colera.
L'esame autoptico dei deceduti non rilevava particolari caratteristiche:
un rossore presente in tutta la mucosa gastrointestinale;
vasi sanguigni "ingorgati di sangue", fegato, in
alcuni casi, più voluminoso del normale, indurito e
di color nero. La vescichetta biliare era alcune volte dilatata,
altre contratta.
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