Storie di teatri, teatranti e spettatori, di Marina Calore

> Introduzione
> Dall'antico al nuovo regime
> Il regolamento teatrale
> Gli spettacoli diurni
> Le istituzioni musicali

Gli spettacoli diurni

1. Quando nell'estate del 1803 l'aeronauta Francesco Zambeccari annunciò d'essere pronto a tentare la sua prima ascensione, venne costruita alla Montagnola una 'arena' sufficientemente ampia per contenere sia il globo da predisporre al volo sia il numeroso pubblico (pagante) desideroso di assistere ai preparativi. La partenza, fissata per il 4 settembre, fu invece differita, la mongolfiera venne spostata "nella vuota chiesa delle Acque, fuori Porta S. Mamolo", e dai "Prati dell'Annunziata", dopo una lunga attesa ("in causa di vari accidenti sopravvenuti e che non potevano prevedersi"), si levò in cielo la sera del 5 ottobre .(73)
Per rifarsi dei mancati introiti e per sfruttare la struttura già costruita, tra ottobre e novembre in Montagnola si organizzarono con alterno successo corse di cavalli con fantini, un "palio nei sacchi" e una "caccia di tori" conclusasi con un gran parapiglia, la fuoruscita del bestiame, il danneggiamento del recinto e degli spalti e la fuga (per sottrarsi all'arresto) dell'impresario Baroni, ritenuto responsabile dell'accaduto. Subito si fecero avanti i cittadini Camillo Nicoli, Carlo Salina, Giuseppe Dotti e Nicola Brighenti che, riuniti in società, si offrirono di rilevare la malconcia arena assicurandone il ripristino e promettendo "di nulla trascurare per rendere brillanti gli spettacoli stessi non meno che di pubblica soddisfazione".(74) Ottennero l'assenso del Prefetto e della Municipalità, diedero mano ai lavori di restauro e nella primavera del 1804 cominciarono ad organizzare i consueti spettacoli.
Il più intraprendente dei quattro soci, il cittadino Brighenti, venuto poi a conoscenza della pubblicazione di un decreto della Consulta di Stato che indiceva solenni festeggiamenti per il genetliaco di Napoleone, immaginò di trasformare il rustico steccato in una "Arena Anfiteatrale" entro cui realizzare una rievocazione storico-allegorica e sottopose al vaglio delle autorità il suo progetto. In sintesi, egli intendeva allestire per il venturo 15 agosto una grandiosa azione pantomimica ispirata all'episodio degli Orazi e dei Curiazi, quello medesimo portato in auge nei maggiori teatri dalla tragedia in musica di Cimarosa e dal ballo eroico di Gaetano Gioia.
Il progetto del Brighenti non venne realizzato, ma ci è giunto completo in tutte le sue parti: con l'elenco dei personaggi e delle comparse necessari (quasi duecento persone in costume), l'Argomento, il Programma dettagliato della pantomima, contenente tra l'altro indicazioni per l'esecuzione di sinfonie e inni, e la descrizione della scenografia,(75) corredata da due disegni, l'uno delicatamente acquerellato raffigurante l'antiquario prospetto che doveva servire da sfondo all'azione e l'altro a china sintetizzante la pianta dell'arena con la distribuzione dei figuranti e degli elementi decorativi previsti.
L'anno seguente Napoleone venne di persona a Bologna, visitò la Montagnola, non prese in considerazione l'arena e raccomandò invece che tutta l'area venisse al più presto trasformata in un passeggio alla moda. Il cittadino Brighenti tuttavia non accantonò l'idea di costruire, presto o tardi, una Arena Anfiteatrale. Fin dal 1801 era diventato proprietario di una parte dell'ex complesso monastico delle Canonichesse Lateranensi dette di S. Lorenzo, posta sull'incrocio tra le vie Castiglione e Castellata. Dopo aver destinato la chiesa conventuale ad uso commerciale (come deposito di legnami, fabbrica di cere e quindi vetreria), pensò di installare nella vasta parte ortiva retrostante qualcosa di analogo a quell'anfiteatro che, con poca fortuna, aveva tentato di mettere in piedi alla Montagnola.(76) Non dovette incontrare ostacoli nella realizzazione poiché in data 12 giugno 1809 ottenne il permesso di aprire al pubblico una arena interamente costruita in legname che pomposamente chiamò Anfiteatro S. Lorenzo. Previa pubblicazione di un "Avviso Particolare", esso venne inaugurato il giorno 11 luglio e gli spettacoli proseguirono fino ad ottobre inoltrato. Sappiamo che nei primi tempi vi recitò la società comica diretta da Luigi Ronzoni e Francesco Menichelli e che in seguito subentrò la compagnia Rossi che seralmente si esibiva al teatro del Corso.(77) Nel frattempo però, dalla parte opposta della città, erano stati avviati i lavori per la costruzione di un'altra arena.
Anche la congregazione delle Domenicane di S. Maria Maddalena era stata soppressa nel giugno 1798 e l'area su cui era situato il monastero e che occupava un intero isolato compreso tra le vie del Borgo di S. Giuseppe, di Galliera, dei Falegnami, della Maddalena, venne suddivisa in più lotti per essere alienata. Uno di essi, consistente in gran parte del chiostro e un'ampia porzione di prato, nel 1802 toccò a tal Pietro Bonini, di professione "coramaro". Non è detto che costui fin dall'inizio intendesse trasformare il suo acquisto in luogo teatrale, certo la vicinanza con i giardini pubblici, assai frequentati, fu determinante nella decisione. Si ignora quando venne commissionato il progetto (che non ci è giunto), quando cominciarono i lavori o quanto durarono esattamente. Sta di fatto che il 19 maggio 1810 Pietro Bonini indirizzava al Prefetto del Dipartimento del Reno una lettera in cui dichiarava di aver eretto a proprie spese una "arena atta per l'esercizio delle Comiche rappresentazioni", puntualizzando che si trattava "di una Fabbrica in oggi del tutto nuova, ideata alla foggia delle Arene degli Antichi, adorna di Gradinate e Ringhiere, costruita tutta di buoni materiali in calce e mattoni", in procinto di essere decorata "di Pitture eseguite dai più valenti Pittori ed Artisti", per la quale chiedeva l'apertura al pubblico.(78)
Fiducioso di ottenere subito la licenza, il Bonini aveva già pronto un nome bene augurante (Arena del Sole) da dare al suo locale, ma il permesso si fece attendere più del previsto per le perplessità espresse dalla Direzione degli Spettacoli e in seguito a causa delle proteste del proprietario dell'Arena S. Lorenzo che temeva che due strutture tra loro analoghe si sarebbero fatte concorrenza. Dopo aver stabilito che esse avrebbero agito a giorni alterni, il Prefetto concesse il 3 luglio la sospirata licenza, giusto in tempo perché il Bonini, mediante una Circolare a stampa, avvertisse la cittadinanza dell'imminente inaugurazione.(79)
L'attività dell'Arena del Sole dunque prese avvio il 5 luglio 1810 con un lungo corso di recite della compagnia diretta da Bortolo Zuccato, ma entro un mese venne tolto il vincolo delle aperture alternate forse perché tra le due arene, parimenti poco frequentate, non si era registrata la temuta concorrenza, anzi, per richiamare l'interesse del pubblico il Bonini pensò di ricorrere ad una "riffa" (lotteria) abbinata al numero del biglietto e il Brighenti di dare nel suo locale dei veglioni a pagamento, ma si videro entrambi negare il permesso.(80)
Dopo un'annata al di sotto delle aspettative, per l'estate del 1811 i due proprietari si fecero più accorti: all'Arena del Sole furono ingaggiate due delle compagnie più popolari del momento, la Venier e la Bazzi, seguite dalla Previtali, mentre all'Arena S. Lorenzo si misero in scena un paio drammi giocosi, I due prigionieri con musiche di Pucitta e Il finto sordo del Farinelli, ottenendo, malgrado l'abborracciata compagnia di canto, un insperato successo tale da spingere l'estensore de "Il Redattore del Reno" ad una serie di considerazioni:

Prende piede la nuova usanza dei diurni spettacoli. Il teatro parea divertimento destinato al sollevamento delle cure giornaliere. Ora per oggetto di speculazione deve piacere anche di giorno benché privo di tutte le illusioni che pur debbono considerarsi in questo genere di spettacolo. Non è sembrato sufficiente il teatro Comunale. Si è qui dato principio anche al teatro dell'opera in musica. Per un primo tentativo la cosa poteva esser peggio, si dice. Di fatti la prima donna sig.ra Adelaide Moyran sostituita all'indisposta, e chi sa fino a quando, sig.ra Moriconi, piace e specialmente nel duetto del 2° atto. Il primo uomo sig. Rizzardi sostiene la sua parte con decoro e il sig. Ceccarini primo buffo si difende. Tutt'insieme non si può divertire meglio a buon mercato per due ore circa. Ma l'illusione delle scene? Oh questa conviene dimenticare.(81)

2. Le arene infine avevano raggiunto il loro obiettivo: risparmiando sulle spese di illuminazione, di allestimento e di ingaggio degli artisti, erano in grado di offrire a prezzi quanto mai contenuti un onesto divertimento a coloro (ed erano tanti) che fino ad allora non avevano potuto accostarsi ai teatri, e di ricavarne un discreto profitto.
Poi, mentre tutto procedeva al meglio, l'Arena S. Lorenzo, facile esca per il fuoco, venne distrutta (7 luglio 1813) dall'incendio scoppiato nella vicina vetreria impiantata all'interno dell'ex chiesa conventuale, lasciando libero il campo all'Arena del Sole che in pochi anni riuscì a conciliare il gradimento del pubblico, gli interessi delle primarie compagnie e il proprio tornaconto, come scriveva Gaetano Fiori (82) sul suo periodico ("Insomma, bisogna convenire che l'Arena del Sole di Bologna è uno Stabilimento dei più graditi al pubblico bolognese e dei più profittevoli ai Capi Comici"), complimentandosi con il Bonini ("Sia ciò di lode al Proprietario che seppe ideare un non solo gradito Stabilimento ma anche di forte risorsa ai Comici, che il più delle volte languiscono nei notturni teatri privi di concorso"). Ma il monopolio delle recite estive diurne non durò a lungo perché l'arena di via Castiglione risorse dalle ceneri nel 1826, opportunamente ribattezzata "Arena della Fenice". Non era ancora completata quando venne inaugurata in tutta fretta il 14 agosto, (83) giusto in tempo per ospitare un corso di recite della compagnia Ciabetti che dopo una magra stagione primaverile sperava di appianare i debiti. Giuseppe Feoli, Giovanni Landi, Antonio Pacchierelli, Luigi Zanetti furono gli acclamati interpreti di drammoni popolari i cui titoli costituiscono da soli tutto un programma. (84) Dopo un buon mese di attività, l'Arena della Fenice chiuse per portare a termine i lavori incompiuti. Durante l'inverno venne costituita una società (85) col compito di concludere il consolidamento delle strutture, curare l'abbellimento del contesto che l'ospitava, gestirla con accortezza, e il risultato ottenuto piacque molto.

Trascurata affatto l'antica rozza e angustissima costruzione, venne dall'opposta parte in vaga e più ampia forma innalzata. La sua posizione è dilettevolissima, per trovarsi nella parte più salubre della città, per aversi ad essa l'ingresso mediante i viali di un orto che mettono al recinto della medesima, e per essere lo stesso recinto circondato da verdura e da alberi da frutta. L'Arena in questo anno si è poi dai proprietari non solo abbellita e corredata da scenari nuovi, camerini e di quanto altro può occorrere al servigio di un teatro diurno, ma ben anche ampliata con grandiose ali a gradinata erette al di là della Ringhiera, così che trovasi in oggi capace il locale stesso di contenere nel suo interno circa due mila spettatori.(86)

La riapertura venne fissata al 16 aprile 1827 (non a caso in concomitanza con quella dell'Arena del Sole) con le esibizioni di due compagnie di ginnasti, di Marco Averino e di Giovanni Bono, unite assieme. Grazie ad un vantaggioso accordo pattuito con l'impresario del teatro del Corso, seguirono poi le recite di alcune compagnie di buon livello: la Romagnoli Bon, la Marchionni e la Mascherpa.(87)
Parimenti piacevole e variata fu la programmazione stagionale del 1828, avviata anticipatamente dai cavallerizzi di Alessandro Guerra e proseguita con le recite della compagnia Romagnoli-Bon e di quella diretta da Tommaso Zocchi. Le piogge frequenti non consentirono di fare altrettanto nell'estate del 1829 in cui si segnalano comunque recite della compagnia Vedova e spettacoli circensi di Madame Tournaire "direttrice del Circo Imperiale dell'Accademia di Equitazione di Pietroburgo".(88) Se poi il perdurante maltempo di una pessima annata danneggiò sensibilmente l'arena, la scarsa propensione del nuovo Legato card. Bernetti nei confronti degli spettacoli, specie per quelli "popolari", le inferse il colpo più duro intimandone la chiusura (all'Arena del Sole venne concessa un'apertura limitata a pochi giorni la settimana). Il provvedimento all'ultimo momento venne sospeso ma all'Arena della Fenice fu consentito di dare esclusivamente spettacoli equestri. Malgrado ciò dopo la metà d'agosto del 1830 non si hanno più notizie su quest'arena che scompare per sempre dal novero dei teatri bolognesi.

3. Coerente con quanto aveva promesso il suo artefice e proprietario Pietro Bonini ("Ideata alla foggia delle Arene degli Antichi"), l'Arena del Sole si presentava come una libera interpretazione degli anfiteatri greco-romani. Priva di copertura centrale, aveva cavea ellittica e sei file di gradoni, una 'orchestra' che fungeva da platea ed un loggiato superiore con classicheggianti decorazioni. Era però dotata di un ampio palcoscenico attrezzato, con boccascena fisso, sipario e quinte laterali, ottimo per le recite che rimasero sempre il punto di forza della sua programmazione. L'arena bolognese dunque, prototipo e modello per i tanti teatri diurni che presero a sorgere in diverse città d'Italia, fu la più longeva di tutte e la più amata, come testimonia la ricchissima aneddotica ad essa legata.(89)
Al di là del suggestivo richiamo antiquario, i teatri diurni ottocenteschi, detti comunemente 'arene', dovevano rispondere a nuove esigenze che si erano venute delineando, prima tra tutte quella di venire incontro ad un pubblico composto da lavoratori dipendenti, che faticavano tutto l'anno ma ritenevano loro diritto concedersi di tanto in tanto il piacere di andare a teatro senza che ciò incidesse sui pesanti ritmi lavorativi o intaccasse i magri bilanci. A questa categoria di potenziali spettatori l'Arena del Sole adattò orari, prezzi e repertori.
In piena estate gli spettacoli cominciavano alle 17 e terminavano al tramonto, mentre per il pomeriggio della domenica erano previste due recite consecutive, tutte filate e senza intervalli, dalle 15 alle 19. Solo in primavera e in autunno l'apertura veniva anticipata alle 15 per ovvie ragioni di illuminazione. Un unico limite a tanto attivismo proveniva dalle condizioni meteorologiche che però influivano meno di quanto ci si potrebbe immaginare: solo una pioggia battente poco prima dell'inizio dello spettacolo poteva determinarne la sospensione. In caso contrario il pubblico non mollava e preferiva ripararsi sotto l'ombrello pur di non perdere il denaro speso nell'acquisto del biglietto.
Il costo dei biglietti (di Ingresso, a Sedere, d'Orchestra, di Ringhiera) era davvero molto contenuto (90) e anche nel corso degli anni subì solo lievi ritocchi. Non prevedeva posti numerati e chi prima arrivava meglio stava. Con poca spesa comunque intere generazioni di fedelissimi utenti ebbero la possibilità di godere un po' di tutto: dai classici ai successi del momento, dai drammi ispirati a fatti di cronaca alle produzioni bolognesi,(91) senza dimenticare le esibizioni dei circhi equestri con cui si aprivano e chiudevano le stagioni.(92) In pratica, nell'arco dei pochi mesi estivi veniva replicata su quel palcoscenico gran parte delle produzioni date durante l'inverno al teatro del Corso e al Contavalli, con riguardo particolare per le azioni spettacolose dai titoli bizzarri e per i drammi romanzeschi (tendenti al truculento, a giudicare da certi titoli), patetici, storici, ecc., che i capocomici avevano l'accortezza di presentare con toni da imbonitori, magnificando la ricchezza del vestiario, la novità delle scene e tutte le meraviglie che all'ingenuo spettatore sarebbe stato dato di vedere.(93)
Quando Antonio Tabanelli e Francesco Berti, già soci del Brighenti nella direzione dell'Arena della Fenice, assunsero la conduzione dell'Arena del Sole, gli ostacoli frapposti dal card. Bernetti nei confronti dei teatri diurni erano stati in pratica rimossi, l'insurrezione dei primi mesi del '31 era rientrata, ma sussistevano timori per l'ordine pubblico. Per ottenere disposizioni chiare, durature e non penalizzanti, essi rivolsero al Prolegato conte Alessandro Scarselli una lunga e ben congegnata lettera, datata 21 aprile 1832, nella quale sostenevano, tra l'altro, l'utilità sociale e politica delle arene:

È già gran tempo che, bandito dai teatri quanto d'immorale, di turpe, d'irreligioso vi era stato introdotto dagli antichi istrioni, vengono oggi riguardati per una scuola di buon costume, scuola tanto più preferibile in quanto le azioni in essi rappresentate, accadendo sotto i sensi degli spettatori, valgono ad istruirli assai meglio di teorie talora noiose, e non di rado sterili per certa classe di persone. Con modico aggravio le Arene procurano un onesto ed utile trattenimento a questa stessa classe di persone che, non potendo per la spesa e per l'ora frequentare i teatri notturni, si distoglie con questo mezzo dalle bettole e dal gioco, vere cause della rovina delle famiglie e funeste sorgenti di pressoché tutti i misfatti. Fu perciò che i governi protessero sempre ed incoraggiarono i pubblici spettacoli, guidati dalla massima che fino a tanto che il popolo rimane sotto i suoi occhi non disordina né delinque; e il dire che gli operai si disamorano dal lavoro per le Arene con danno delle famiglie, è un voler sostenere cosa dai fatti smentita giacché, oltre la loro brevità, i trattenimenti diurni hanno luogo in ore in cui gli operai, stanchi dalle fatiche della giornata, passerebbero forse nella crapula e nel vizio.

Certo il pubblico di riferimento dell'Arena del Sole rimase sempre 'popolare' ma in senso lato. Ai "facchini", "bule" (belle popolane dai facili costumi, come chiosa Alessandro Cervellati), sigaraie e lavandaie, che costituivano la parte più folcloristica dell'uditorio, si andarono aggiungendo ampie fasce della borghesia, studenti ed intellettuali, attratti dall'atmosfera informale, essenziale, coinvolgente (e in questo senso 'popolare') che caratterizzava le recite diurne, e incuriositi dalla singolarità di quel pubblico socialmente così eterogeneo, ma attento, partecipe.
Come si sa, nell'estate del '48 "toccò anche a Bologna il battesimo delle Armi", per dirla con il cronista Enrico Bottrigari: il giorno 8 agosto i combattimenti si concentrarono nell'area della Montagnola, a poca distanza dall'Arena che imperterrita fino all'ultimo aveva dato spettacoli, e i ceti popolari si batterono coraggiosamente. Il 28 agosto, esattamente a venti giorni dall'episodio d'armi, la Compagnia Etrusca diretta da Gaetano Rosa annunciava la messa in scena di un dramma "popolare" steso di getto sull'onda dell'entusiasmo da Agamennone Zappoli: La memoranda vittoria dell'8 Agosto alla Montagnola ovvero il trionfo del popolo bolognese in cui i consueti spettatori dell'Arena poterono vedere riprodotti sulla scena gli eventi ai quali avevano assistito o partecipato. Prevedendo anzi l'effetto che la rappresentazione avrebbe avuto sul pubblico, il manifesto stampato per l'occasione raccomandava calma e moderazione.(94)
Negli anni seguenti gli spettacoli continuarono con lo stesso ritmo incalzante (95) fino alla chiusura forzata degli anni 1887-1888, imposta dalla costruzione dell'asse stradale (via dell'Indipendenza) che doveva collegare il centro cittadino con la stazione ferroviaria. Per allinearsi alla nuova arteria, l'Arena del Sole dovette rinunciare al prato che le stava davanti e rifare il muro di cinta (in seguito sostituito con un enfatico porticato). Si colse l'occasione per compiere sostanziali mutamenti anche all'interno, allungando la platea, serrando l'intera struttura entro muri perimetrali e predisponendo una definitiva copertura.
Con una punta di nostalgia Alfredo Testoni, sintetizzando ciò che fu l'Arena del Sole non solo in ambito locale ma anche nel panorama teatrale italiano, scriveva:

L'Arena del Sole è il teatro di Bologna in cui si è svolta completa la produzione drammatica italiana ed estera non solo, ma è il teatro che ha visto passare sul suo palcoscenico semplice, rozzo, disadorno, i migliori attori di prosa, dagli antichi ai più moderni, conservando sempre la sua fisionomia popolare fino a che non si pensò di imbottire gli scranni di legno con del panno rosso, di dare a nolo non soffici cuscini per le gradinate e di riparare dalla pioggia la platea, prima con un largo e rozzo tendone e poi con un'elegante copertura di ferro.(96)

Tuttavia proprio grazie agli ammodernamenti, l'Arena varcò il secolo e proseguì a dare spettacoli (alternando alla prosa il varietà, l'operetta e pure le proiezioni cinematografiche) per un altro buon quarantennio.(97)

4. Il rigoglioso parco pubblico della Montagnola, cui Jacopo Taruffi aveva dedicato nel 1780 un poemetto,(98) non piacque a Napoleone in visita a Bologna nel 1805: mancava di simmetria, eleganza, funzionalità. Seguendo le sue direttive invece, nel volgare di pochi anni, venne trasformato in un ameno passeggio alla moda. Con l'avvento della 'restaurazione' la nuova amministrazione comunale, in cerca di consenso popolare, pur ammettendo di non essere in grado di sostenere la spesa, si mostrò disponibile a completare l'opera di ammodernamento del sito mediante la costruzione di una struttura idonea ad ospitare il gioco del pallone col bracciale, una pratica sportiva molto seguita le cui appassionanti partite si erano finora disputate in recinti precari creando notevoli disagi.(99)
"Per rendere soddisfatte le brame pressoché universali di ogni ceto di persone", nel gennaio del 1820 il Municipio decise di ricorrere ad una pubblica sottoscrizione. In cambio offriva a titolo gratuito l'area contigua al pubblico passeggio, un tempo occupata dalla chiesa di S. Giovanni Decollato, e incaricava l'ingegnere capo Giuseppe Tubertini di fare rilievi e progetto.
Il progetto redatto dal Tubertini a maggio era pronto, venne esposto pubblicamente e piacque a tutti perché era funzionale, grandioso ed insieme elegante grazie al lato lungo, rivolto verso il giardino, modulato da semicolonne d'ordine dorico. Ma ci si rese conto che per realizzarlo sarebbe stato necessario acquisire dei terreni contigui, attualmente in possesso a privati. Si calcolò anzi che il costo finale dell'opera, comprensivo della costruzione del manufatto e dei nuovi acquisti, sarebbe ammontato a 13 mila scudi romani.(100) I lavori comunque vennero avviati ad agosto ma fu necessario rilanciare la campagna delle "sovvenzioni volontarie" e, per rendere più allettante la raccolta dei fondi, si ricorse alla formula della lotteria: a costruzione ultimata, tutti i contribuenti avrebbero concorso all'estrazione di un premio consistente nella rispettabile cifra di 1.000 scudi.
Il 23 maggio 1822 alle ore 6 pomeridiane, "nella Piazza adiacente ai Giardini Pubblici e alla presenza di numeroso pubblico accorso", avvenne l'attesa estrazione e fu un'operazione complessa perché i singoli nominativi erano stati numerati e poi distribuiti in cento liste. Si estrasse dunque una prima volta il n. 54, una seconda volta il n. 7, ragion per cui vincitore risultò il n. 7 della cinquantaquattresima lista. Si scoperse allora, tra la sorpresa generale, che quel numero apparteneva al Comune di Bologna che aveva versato la propria quota alla sovvenzione volontaria, tanto per dare il buon esempio e con essa aveva ottenuto il diritto a partecipare all'estrazione.(101)
Intanto tutto era pronto per la disputa delle prime partite fissata per domenica 25 maggio: il vasto locale cinto per tre lati da gradinate, il nuovo regolamento, i più noti campioni del momento, Frattini, Chiusarelli, Martini, acclamati dai rispettivi sostenitori. Ma un improvviso acquazzone impedì il completamento degli incontri programmati che vennero rimandati alla domenica successiva.(102)
L'Arena del Giuoco del Pallone o Sferisterio, autentico vanto cittadino, si rivelò ben presto un onere non da poco per il Municipio che ne era proprietario e che vedeva sfumare i profitti raccolti nei pochi mesi di competizioni, in continui lavori di manutenzione. Si pensò pertanto di aumentare gli introiti allungando il periodo d'apertura (da aprile ad ottobre inoltrato) e in seguito anche l'orario, di utilizzare il locale per tenervi esposizioni d'animali esotici, esibizioni di cavallerizzi (ricorrente la presenza del circo equestre Guillaume), di noti prestigiatori come il bolognese Luigi Sasselli e di giocolieri come l'olandese Ludovico Viool; si decise infine di concederla in gestione ad impresari (103) uno dei quali fu proprio Carlo Redi, già abile e discusso impresario del teatro Comunale negli anni '20. Per merito suo nella primavera del 1833 venne ingaggiata la compagnia equestre dei fratelli Chiarini, in estate si disputarono divertenti "corse di fantini su ciuchi", la "corsa del trinchetto", una "disfida del gioco del maglio bolognese" ed una "giostra della secchia piena d'acqua". Si ammirò anche qui l'abilità del noto ventriloquo Giovanni Faugier e si videro levare a più riprese i bizzarri globi aerostatici di proprietà di Mariano Senepa.(104)
Dopo aver alternato per cinque anni partite (nelle varianti del 'cordino a terra' e 'cordino in aria') e "spettacoli straordinari", nel luglio del 1838 l'Arena del Gioco del Pallone sperimentò l'allestimento dell'opera in musica con ballo, in versione parodistica naturalmente.
La distruzione dei masnadieri, operetta in due atti scritta parzialmente in vernacolo, musicata ed interpretata da Paolo Diamanti (che vi sostenne il ruolo della vecchia fattucchiera Susanna, deus ex machina della vicenda), noto al pubblico dei teatri popolari con il nome di Narciso dei Marionetti, ebbe strepitoso incontro. Un buon mese durarono le repliche e le serate di beneficio per i principali interpreti, cui fecero seguito la rappresentazione del ballo Le astuzie d'amore del coreografo Giacomo Montallegri ed un secondo spartito intitolato La turca fedele.(105)
Pur avendo registrato un successo memorabile, l'esperimento non venne ripetuto negli anni immediatamente successivi e Paolo Diamanti tornò a divertire gli affezionati frequentatori dei teatri della Nosadella e di via Cartoleria Vecchia. Intercalate ai cicli di partite continuarono invece le esibizioni dei circhi equestri finché, nell'estate del '48, in un clima politico fattosi effervescente e con il popolo che affollava le piazze, anche l'Arena del Pallone, col nome di "Nuova Arena", ospitò qualche spettacolo a sfondo patriottico, prima di diventare essa stessa inconsapevole testimone della battaglia per la cacciata dello straniero.

5. Negli anni precedenti l'entrata in funzione delle arene, le troupes di cavallerizzi (in seguito dette "circhi equestri") di passaggio per Bologna, poterono disporre per le loro esibizioni del Maneggio pubblico situato sul lato sinistro della Selciata di S. Francesco. Il vasto locale, certo funzionale allo scopo ma spoglio e in cattivo stato di manutenzione, nell'autunno del 1806 venne pomposamente ribattezzato "anfiteatro" e "decorato e illuminato all'uso di Parigi" per accogliere il circo equestre Tournaire che per primo vi si insediò, seguito, nel settembre del 1807 da quello condotto da Luigi Guillaume.(106)
Il pubblico, attratto da martellanti campagne pubblicitarie, mostrò subito di apprezzare i vorticosi spettacoli dati da queste compagnie itineranti, d'altissimo livello per altro, in grado di proporre una vasta gamma di attrazioni, e un grande successo riscosse il rinnovato circo Tournaire durante la sua lunga permanenza nell'inverno 1809-1810.
Una volta costruite le arene, spazi ideali per le esibizioni circensi, le compagnie equestri disertarono il vetusto Maneggio comunale che solo sporadicamente venne aperto per accogliere i "serragli di belve vive" che spesso i circhi equestri conducevano al seguito;(107) poi si ritenne più conveniente smantellare la fatiscente struttura e vendere l'area al miglior offerente. Per soddisfare tuttavia le pressanti richieste, venne adibito ad uso di cavallerizza un altro locale nella vicina via Barbaziana, dove si insediò nel 1828 il circo diretto da Luigi Desorme che per alcuni mesi entusiasmò gli spettatori con una serie di fantasiose coreografie. Ulteriore sistemazione di fortuna nel "locale Malvezzi da S. Sigismondo" trovò nel novembre del '31 il "gran circo di cavalli" della compagnia Lepicq dopo la chiusura stagionale dell'Arena del Sole.(108)
La presenza dei circhi equestri nelle arene bolognesi durante la Quaresima e in autunno divenne dunque una consuetudine, con notevole vantaggio per i proprietari delle stesse arene che in tal modo poterono prolungare i tempi di apertura dei loro locali dove, anno dopo anno, sfilarono al gran completo le migliori formazioni. Oltre alle già citate compagnie Tournaire e Guillaume, le più longeve, si segnala la presenza di quelle condotte da Antonio Chiarini, Giovanni Ravel, Luigi Desorme, Mons. Kenebel, Marco Averino, Giovanni Bono, Cristoforo de Bach, Gennaro Lepicq, Alessandro Guerra, ecc.
Anche i maggiori teatri 'notturni', il Comunale e quello del Corso soprattutto, si mostrarono ben disposti ad ospitare di quando in quando questi impareggiabili fantasisti (giocolieri, funamboli ed equilibristi oltre che cavallerizzi), che garantivano sempre un gran concorso di spettatori. Del resto, in occasione delle 'serate eccezionali' fuori abbonamento, nei teatri si poteva assistere ad esibizioni d'ogni genere da parte di prestigiatori, ventriloqui, dei così detti 'poeti estemporanei', molto in voga nella prima metà dell'Ottocento, e ancora di inventori o possessori di apparecchi ottici sempre più perfezionati e di sedicenti professori di fisica e meccanica.(109) Invero, antesignano in questo campo era stato il teatro Felicini che fin dal 1781 aveva proposto un esempio di "vedute d'ombre", che nel 1809 aveva ospitato la "vera fantasmagoria", nel 1813 lo "spettacolo uranografico dei fenomeni dell'universo" di Carlo Rouy, nel 1815 il "teatro pittoresco meccanico con figure musicali" dello Sachatzeck e il "teatro meccanico" dei fratelli Valmagini.(110)
Finora si è accennato solo a 'serragli' ben forniti di begli esemplari di specie pregiate, condotti al seguito delle compagnie equestri ed esposti dietro pagamento alla pubblica curiosità, cui venivano date sistemazioni in spazi riparati o allo scoperto, sufficienti però a contenere recinti, gabbie, inservienti e spettatori: nei pressi della Montagnola, sul Prato di S. Francesco, in qualche cavallerizza pubblica o privata.(111) Ma c'erano anche 'serragli' costituiti da poche gabbie di animali ammaestrati (cani sapienti, scimmie e orsi addomesticati) o reputati rari (come il "pellicano di pelle bianca" di tal Nicola Morselli nel 1811), appartenenti a singoli proprietari che proprio dall'esposizione delle loro povere bestie traevano sostentamento. Accadde così che nella calda estate del 1818 approdò in Piazza Maggiore, spaesata vittima del progresso, una foca e la sua patetica vicenda finì sulle colonne del periodico cittadino. Riferisce infatti la "Gazzetta di Bologna" che "Il Mostro Marino chiamato Focca, ossia Tigre marina, che da alcuni giorni è ostensibile nella Piazza del Nettuno con tanta soddisfazione degli spettatori, è del genere femminino, e trovasi pregnata. Nella notte dal 13 al 14 luglio ha infatti messo in luce un feto del peso di libbre 30 circa, il quale non è sopravvissuto che poche ore. Per cura del proprietario sarà imbalsamato in modo che non perda punto della sua forma naturale".(112)
Questi conduttori ambulanti di domestici serragli, assieme ai funamboli, marionettisti, proprietari di camere ottiche, ecc., erano gli eredi della grande famiglia dei 'ciarlatani' che per secoli aveva occupato le piazze e i mercati.(113) Il nuovo regime tuttavia, poco amante degli assembramenti, prese a regolamentare la loro presenza mediante il rilascio di permessi temporanei di sosta e concesse loro di operare solo all'interno di una serie di 'sale di esposizione' disseminate per il centro tra via delle Asse, Mercato di Mezzo e Borgo Salamo, che potevano facilmente essere tenute sotto controllo.
Nel 1814 il Giudice di Pace del Primo Circondario di Bologna, che aveva sede nei pressi della piazzetta della Canepa si lamentava per "il frastuono continuo di tamburi e altri strumenti e grida" provocato dai "ciurmadori" che occupavano la vicina Sala delle Accuse. I fastidiosi schiamazzi degli imbonitori presto cessarono sostituiti da altri mezzi più moderni di richiamo (vistosi avvisi a stampa, opuscoli illustrativi, annunci sulla "Gazzetta") e il popolare locale continuò ad esibire per pochi baiocchi le sue meraviglie, dalle marionette agli "Androidi" dei Drotz padre e figlio "professori di meccanica svizzeri", dal cane ammaestrato che giocava a tresette, alla strana coppia formata da una gigantessa e da un nano.(114) Anche nella Sala della Locanda del Leon d'Oro si videro interessanti fenomeni di natura, quali il giovinetto soprannominato "l'albino vivente", "l'uomo anatomico" di magrezza impressionante, una giovane nata senza braccia, e tre indiani d'America.(115)
Vennero poi destinati a sale espositive pubbliche anche locali facenti parte di residenze di pregio, nei palazzi Fantuzzi, Casali, Pepoli e in casa Bottoni. Tra queste, la Sala di casa Bottoni si distinse per le accademie degli improvvisatori e per interessanti esperimenti di fisica e meccanica, quella di palazzo Pepoli vecchio si specializzò in esposizioni di "panorami", "cosmorami", maquettes e modellini di città.(116)

6. Un discorso a parte meritano gli spettacoli di marionette, già in auge nel corso del Settecento ed ancora più apprezzati nella prima metà dell'Ottocento. Le marionette in questione erano pupazzi di legno dal volto finemente intagliato e delicatamente dipinto, di varie dimensioni a seconda della destinazione, con articolazioni tutte snodate, guardaroba elegante e acconciature appropriate. Sorrette da una sottile barretta di ferro applicata con un gancio al centro della testa, venivano manovrate dall'alto, tramite molteplici fili collegati ad apposite crociere di legno, e fatte muovere, parlare, cantare e danzare dai marionettisti sistemati su un 'ponte' e celati alla vista degli astanti. Malgrado questi precisi connotati, le marionette sono state spesso confuse con i più 'plebei' burattini che si vedevano all'aperto nei casotti portatili.(117)
Dapprima le raffinate marionette da filo furono utilizzate in aristocratici diporti per lo più domestici, in seguito vennero accolte nei teatri pubblici grazie all'abilità e all'intraprendenza dei marionettisti. Erano costoro artisti girovaghi riuniti in piccole compagnie a conduzione famigliare, proprietarie di un consistente numero di pupazzi, costumi, fondali, quinte mobili, copioni, spartiti, ecc., con cui erano in grado di riprodurre in scala ridotta e a prezzi modici, il meglio del repertorio dato nei grandi teatri, passando non solo dai canovacci della commedia dell'Arte ai drammi avventurosi e sentimentali, ma anche alle azioni spettacolose, ai balli pantomimici, agli intermezzi in musica, e ciò col solo sussidio di una orchestrina e di qualche cantante nascosto dietro le quinte.
Nei teatrini del contado i marionettisti trovarono buona accoglienza perché all'occorrenza potevano supplire alle carenze di una programmazione altrimenti assai limitata;(118) in città costituivano invece una piacevole alternativa ai consueti divertimenti del carnevale. Per quanto riguarda Bologna, dopo il 1760 i migliori marionettisti ebbero a disposizione il teatro Legnani dove, a quanto pare, non mancò mai un significativo concorso di pubblico.(119) Rimasti poi privi del loro tradizionale spazio, invaso dai gruppi di attori dilettanti, dovettero per un decennio accontentarsi di sedi provvisorie e occasionali: la Sala delle Accuse e quella delle Pescherie, presso la Locanda del Pavone e l'Osteria delle Due Torri in Strada Maggiore, oppure usufruire di dimore private come quella di Stanislao Cuzzani in via delle Moline e di Gaspare Poggi (120) in Borgo Paglia (odierna via Belle Arti).
Non a torto dunque, vista la richiesta, Pellegrino Coralli nel 1810 chiese la facoltà di aprire il suo teatrino di San Gabriele per darlo in affitto ai marionettisti di passaggio. Sul suo esempio, subito appresso, vennero predisposti altri due locali con analoga destinazione: uno sistemato all'interno dell'ex monastero di S. Maria degli Angeli in via Nosadella, l'altro nella chiesa soppressa di San Tommaso del Mercato. In quest'ultimo caso tuttavia, quando tutto era pronto per l'apertura, il conduttore venne diffidato dall'utilizzarlo per spettacoli pubblici poiché in situ si trovavano ancora altari ed oggetti di culto.(121) Destarono infine non poche perplessità sia le richieste di collocare un teatrino provvisorio sul prato dell'Arena del Sole (nel 1813 e 1815), sia quella di dare un corso di recite di marionette al teatro Marsigli nell'estate del 1819.(122)
Migliore fortuna ebbero invece un secondo locale, posto sempre in via Nosadella e ricavato dalla chiesa conventuale intitolata a Santa Maria Egiziaca, e quello di via del Poggiale, che aveva fatto parte dell'ex convento di San Gregorio. Mentre alterna sorte toccò, come già si è detto, al teatrino di San Saverio, ebbe vita breve ma contrassegnata da grandi successi, l'elegante Teatro Antico Corso delle Maschere, di cui si sa solo che era situato in via della Mascarella e di cui si ignora la causa dell'improvvisa chiusura avvenuta dopo il 1836.(123)
Ritornando ora ai marionettisti, possiamo dire che con una certa frequenza nei primi decenni del XIX secolo ricorrono i nomi dei bolognesi Girolamo Ramenghi, Giuseppe Medici, Domenico Uccelli, Antonio Morandi e Angelo Ruvinetti.(124) Dagli anni '20 in poi si spartirono il monopolio di questo tipo di trattenimento il bresciano Pietro Maggi, il romano Ireneo Nocchi, il modenese Ludovico Monti e il bolognese Onofrio Samoggia.
Invero il Regolamento del 1806, all'atto della stesura non aveva contemplato l'esistenza di 'teatri di marionette'; col passare del tempo però si dovette correre ai ripari, autorizzando il regolare esercizio di tre locali (il teatro di via Nosadella, quello di via del Poggiale e il Teatro Antico Corso delle Maschere), che vennero detti di "terza classe", cui venne concesso di dare spettacoli in prima serata. Tra questi il teatro della Nosadella fu il più longevo ed anche il più amato dai bolognesi per i quali "Nosadella" finì per essere sinonimo di "marionette", a vedere le quali ci si recava muniti di sostanziose merende ("alla Nosadella si mangiano salsicce e braciole di ottima qualità").
Già in funzione nel 1818, durante il carnevale del 1820 il teatro della Nosadella venne preso in affitto dal marionettista Samoggia che rappresentava "tragedie con ballo eroico" con tanto successo da meritarsi una recensione in piena regola sulle pagine della "Gazzetta di Bologna".(125) Ancora nel 1823 si segnala in esso la presenza del marionettista Antonio Grandi, bravissimo a rappresentare commedie con maschere,(126) ma i maggiori successi dovevano venire in seguito: nel '32 con l'allestimento del dramma buffo intitolato La nuova Pianella perduta appositamente composto dal basso buffo Carlo Cappelletti, e durante l'intero 1843, cominciando a carnevale con la messa in scena dello scherzo comico tutto in vernacolo L'armur dla piazza d'giourn e d'la sira, composto e cantato da Paolo Diamanti, cui volle assistere anche Rossini, e finendo in autunno con il 'seguito', intitolato La lit in piazza e la pas in person o sia l'amour prutett dal giust.(127)
Se il teatro di via Nosadella si presentava, almeno nei primi tempi, come un locale decente, quello di via del Poggiale appariva come un "rozzo accostamento di tavolati". Ma era per così dire specializzato nella rappresentazione dei grandi balli e di conseguenza sempre "frequentatissimo", soprattutto durante le gestioni di Pietro Maggi e di Ireneo Nocchi. Intorno agli anni '40 lo prese in affitto Onofrio Samoggia che lo fece restaurare e lo chiamò teatro Civico; si associò poi a Leonardo Scorzoni, un ex attore dilettante, inventore di Persuttino, la prima "marionetta in persona", che interagiva con le marionette da filo improvvisando dialoghi vagamente surreali.(128) Negli anni '50 tuttavia gli spettacoli di marionette erano ormai in declino e il nuovo affittuario del teatrino, il marionettista-impresario Ludovico Monti chiese, invano, il permesso di cambiar genere di spettacolo ma non gli fu concesso. Il locale pertanto decadde, rimase sfitto per qualche tempo finché nel 1858 non venne acquistato dal parroco di San Gregorio che lo destinò a laboratorio artigianale.

NOTE:

73 Cfr. G. GUIDICINI, Diario cit., III, pp. 26, 27 e 31. Per ulteriori particolari sul primo esperimento di Francesco Zambeccari si rimanda a RAIMONDO AMBROSINI, L'aereonautica a Bologna. Appunti di cronica, Bologna, Tip. Paolo. Neri, 1912 e GIORGIO EVENGELISTI, Bologna nella storia del volo, Firenze, Olimpia Ed., 1994. A dire il vero, qualche provvisoria "arena" (consistente in un duplice steccato munito di gradinate) sulla fine del XVIII secolo si era pur vista nell'area della Montagnola, in occasione delle "Cacce di Tori", più o meno "all'uso di Spagna", giudicate allora manifestazioni appassionanti, in grado di attirare grandi folle e di procurare cospicui guadagni agli impresari.

74 Il resoconto dei disordini verificatisi il 4 ottobre 1803 alla Montagnola e del fallito arresto dell'impresario Ferdinando Bordoni (che si era aggiudicato l'appalto della Montagnola fin dal 1799), si conserva in ASBo, Archivio Prefettura di Bologna. Atti generali, tit. XXVI, 1803-1805. Nel medesimo fascicolo si trova la seguente petizione rivolta al Prefetto del Dipartimento del Reno nel dicembre del 1803: "Li citt. Camillo Nicoli, Carlo Salina, Giuseppe Dotti e Nicola Brighenti, siccome sono in trattativa per fare l'acquisto dell'Arena o sia Anfiteatro già eretto nella pubblica Montagnola di Bologna per oggetto di attuare dei pubblici spettacoli cessato l'inverno per fino a tutto settembre 1804, così per essere sicuri nella stipulazione dell'acquisto, ne chieggono il preventivo permesso, esponendosi il prospetto di quello che presenteranno al pubblico. Li spettacoli in proposta sono Passi di Fantini, Caccia di Bovi, Moro in regata, nonché altri, cui la prudente antichità esponeva in dolce allettamento ai Popoli Repubblicani, potendone fare ricordanza onorevole di tali feste". Successivamente, in data 21 febbraio, i quattro soci presentavano al delegato di polizia un "Progetto d'acquisto dell'Anfiteatro della Montagnola".

75 "La scena si finge nello spiazzo intermesso alli due Campi nemici, destinato a questo combattimento. L'Arena Anfiteatrale a questo oggetto è perfettamente livellata: circondata essa da quel doppio steccato che presentemente l'adorna, limita opportunamente lo spazio campale e dà maestà all'azione della pugna. In prospetto all'ingresso dell'Anfiteatro è eretta in qualche eminenza un'Ara ornata degli Emblemi corrispondenti alla deità di Giove. Molte tende, guarnizioni di penne e di festoni sono parte della scena e danno all'Anfiteatro il più aggradevole colpo d'occhio". Per l'intero incartamento, in data 2 agosto 1804, vedi ASBo, Archivio Prefettura di Bologna. Atti generali cit.

76 Cfr. G. GUIDICINI, Cose notabili cit., I, p. 279: "Questo monastero fu soppresso il 29 gennaio 1799. Il locale servì a ricovero di mendicanti e di miserabili di poco buon nome. Nella vendita fatta di detto convento li 18 agosto 1801, a rogito di Luigi Aldini, figurano per cessionari del marchese Angelo Marsigli, il conte Prospero Ranuzzi e Carlo Ramponi. Nel medesimo anno passò la proprietà a Luigi Becchetti e poco dopo a Nicola Vittorio Brighenti il quale eresse nell'orto un teatro diurno di legno detto l'Arena di S. Lorenzo dove, nell'estate del 1809 si rappresentarono commedie anche sacre, con molto successo. Da questo esempio derivò il teatro stabile diurno nel convento della Maddalena presso il Mercato, indi la replica di un altro di legno in questo locale nel 1827". Possiamo aggiungere che si accedeva all'arena dal civico 396 di via Castiglione e che nel locale dell'ex portineria del convento era stata sistemata una comoda caffetteria.

77 Questo Avviso particolare, di cui si è conservata la bozza di stampa (vedi I.2.2), ci informa sui prezzi dei biglietti e sull'ora d'inizio degli spettacoli (le 5 pomeridiane in luglio ed agosto, le 3 nel periodo autunnale). Poco si sa invece sulla frequenza e natura degli spettacoli stessi, non solo perché mancano ulteriori avvisi, ma anche perché la stampa periodica riporta laconicamente solo due titoli: Adelasia in Italia, vecchio drammone del padre Ringhieri (recitato dalla compagnia Menichelli) e Matilde regina di Scozia, messa in scena dalla compagnia Rossi.

78 Cfr. G. GUIDICINI, Cose notabili cit, II, p. 195 e III, p. 158; Teatri storici in Emilia e Romagna, a cura di Simonetta M. Bondoni, Bologna, ISB, 1982, scheda 39, p. 211. Per il difficile esordio dell'Arena del Sole si rimanda alla monografia di GIUSEPPE COSENTINO, L'Arena del Sole, Bologna, Garagnani, 1903. Gli incartamenti relativi al tormentato iter burocratico che precedette la sua apertura sono conservati in ASBo, Archivio Prefettura di Bologna. Atti generali, tit. XXVI, 1810. Il progetto di Carlo Aspari (cfr. Architettura, scenografia e pittura di paesaggio, catalogo critico cit., scheda 209, p. 142) non ci è pervenuto e mancano anche descrizioni di un certo spessore sull'assetto originario dell'Arena del Sole. Unico documento utile risulta essere l'incisione dal titolo L'Arena del Sole per gli spettacoli diurni di Bologna, di C. Savini su disegno di G. Ferri, edita nel 1825 (vedi BCABo, GDS, Coll. Gozzadini, cart. 48).

79 Nella Circolare datata 4 luglio 1810 il Bonini così si rivolgeva ai concittadini: "Finalmente ho la compiacenza di essere al termine, dopo infiniti pensieri e dispendio, di produrre a questo Rispettabile Pubblico un'opera che credo degna dell'aggradimento dei miei Concittadini: parlo dell'arena che si riconoscerà sotto il titolo di Arena del Sole. Giovedì prossimo 5 luglio sarà questa attivata e prodotta in faccia al pubblico, corredata di graziosi scenarj e dipinti, eseguiti dai più accreditati Artisti che ci dona la nostra Città. Il sig. Bortolo Zuccato con la sua Comica Compagnia, fornita di ottimi Attori e di nobili decorazioni, produrrà le sue Comiche Rappresentazioni. Mi resta solo a desiderare un generale aggradimento ed un copioso concorso, onde combinare in tal modo e soddisfazione ai miei pensieri, e compenso all'incontrata vistosa spesa". Espressioni di lode gli vennero tributate, subito appresso, dall'estensore de "Il Redattore del Reno" (in data 7 luglio 1810), che ammirava l'elegante struttura, capace di combinare reminiscenze classiche con "il gusto moderno" e l'eccezionale capienza, valutata in 2 mila posti, menzionando per la prima volta l'architetto, il milanese Carlo Aspari, quale autore del "disegno" e soprintendente ai lavori.

80 Al Bonini venne risposto che l'estrazione avrebbe protratto l'orario di chiusura fissato tassativamente alle sette di sera, al Brighenti si fece notare che i veglioni pubblici erano concessi solo in tempo di carnevale. A più riprese inoltre il Brighenti tentò senza successo di ottenere la privativa decennale sugli spettacoli diurni e sovvenzioni per sistemare meglio il suo locale.

81 Cfr. "Il Redattore del Reno", nn. 34 e 35, del 1811. La compagnia diretta da Antonio Previtali (vedi VII.29.1), ingaggiata dall'Arena del Sole, che contava al suo interno oltre agli attori recitanti anche un complesso di strumentisti e cantanti "buffi" specializzati in farse in musica, servì a rintuzzare la concorrenza.

82 Cfr. "Cenni storici intorno alle lettere, invenzioni, arti, commercio e spettacoli teatrali dell'anno 1824", parte II, n. 31. Questo fortunato periodico appena fondato da Gaetano Fiori, mutò presto il farraginoso titolo in quello più calzante di "Teatro, Arti e Letteratura". Il rovinoso incendio che distrusse l'Arena S. Lorenzo e spaventò un intero quartiere era scoppiato all'interno della "Nuova Fabbrica di Vetro e Cristalli ad uso di Boemia" impiantata nei locali dell'ex chiesa di S. Lorenzo. La compagnia Cavicchi-Gajani (vedi 1.2.1), impegnata in quei giorni all'Arena rimase dunque senza lavoro.

83 In realtà, come si ricava dai documenti d'archivio, Nicola Brighenti, passato in un decennio da 'cittadino' a 'cavaliere', fin dal 1824 era stato costretto a dare in pegno la sua proprietà colla clausola di poterla riscattare entro un triennio dietro il versamento di tre mila scudi romani in contanti. Nel 1826 pertanto risultava essere "affittuario" del terreno su cui stava erigendo l'arena senza il consenso del legittimo proprietario che infatti aveva sporto denuncia. Ma le autorità avevano finto di non sapere nulla di quanto accaduto, accogliendo l'istanza di aprire l'arena presentata dal Brighenti il 19 luglio e concedendo l'autorizzazione il 22 luglio senza nemmeno attendere i risultati del collaudo.

84 Il capocomico Francesco Ciabetti, reduce da un mezzo fiasco riportato al teatro del Corso, e che aveva caldeggiato l'iniziativa del Brighenti, rimase all'Arena della Fenice per un buon mese (vedi i titoli delle sue rappresentazioni negli avvisi I.8.1-10).

85 Incalzato dalla minaccia di una demolizione forzata, il Brighenti mise in piedi una società di cui facevano parte il dott. Antonio Tabanelli, Gasparo Aria e Francesco Berti (quest'ultimo coll'incarico di "agente teatrale") con cui riuscì a raccogliere la somma necessaria al riscatto che venne versata alla Cassa Camerale nell'aprile del 1827. L'intero incartamento riguardante la controversia legale qui riassunta si trova in ASBo, Archivio Legazione Pontificia. Atti generali, tit. XXVI, 1827.

86 Il passo è tratto da un articolo dedicato all'Arena della Fenice pubblicato dal periodico "Teatri, Arti e Letteratura", t. VII, n. 162, pp. 134-135. Sappiamo inoltre che la cavea dell'arena venne ampliata, decorata con una certa eleganza e fornita di un loggiato superiore.

87 Questo tipo di accordo, possibile grazie allo sfasamento degli orari d'apertura tra due teatri situati a poca distanza l'uno dall'altro, era vantaggioso agli impresari (che facevano un unico contratto), alle compagnie (che potevano integrare i guadagni) e al pubblico "popolare" che aveva modo di assistere a spettacoli di buon livello e vedere sulla scena attori di fama. Così accadde nell'estate del 1827 e 1828, allorché si susseguirono le compagnie Romagnoli-Bon (vedi III.8.11- 16 e III.8.21), Marchionni (vedi III.8.17) e Mascherpa.

88 Per tutto il tempo della sua permanenza, madame Tournaire (vedi III.8.24-26), oltre a dare spettacoli all'Arena della Fenice, espose il proprio "Serraglio di Belve vive" nella Selciata di S. Francesco.

89 Gli architetti neoclassici progettarono spesso anfiteatri e arene ma ben pochi vennero realizzati. Le arene che in seguito presero a sorgere in Toscana (Firenze, Livorno, Pisa) si ispirarono tutte al modello dell'Arena del Sole bolognese. Altrettanto intendeva fare nel contado bolognese tale Giacomo Lugatti che nel 1822 annunciava di essere in procinto di costruire nel comune di Castel S. Pietro una arena diurna per la quale, l'anno seguente, chiedeva non solo la licenza di apertura ma anche un sussidio pubblico per le ingenti spese sostenute. Purtroppo i documenti d'archivio da noi consultati in proposito non chiariscono come andò a finire la vicenda. Per quanto riguarda gli aneddoti relativi all'Arena del Sole, a quanti riferiti da G. COSENTINO, L'Arena del Sole cit., altri se ne aggiungono negli scritti di Giuseppe Costetti, Alfredo Testoni, Oreste Trebbi, Alessandro Cervellati, ecc.

90 Nei primi anni di vita dell'Arena del Sole il prezzo dei biglietti andava dai 17,5 centesimi per ingresso e posto a sedere sulla gradinata di pietra (fino ad esaurimento dello spazio), ai 26 centesimi per le panche di legno della cosi detta "orchestra", ai 35 centesimi per le seggiole in paglia della "ringhiera" o galleria coperta.

91 Una parziale cronologia degli spettacoli o quanto meno delle compagnie comiche che si alternarono sul palco dell'Arena del Sole si può trovare nella già citata monografia del Cosentino; nelle nostre segnalazioni ci limiteremo pertanto al materiale che fa parte della presente raccolta. Attirano l'attenzione alcuni titoli legati a avvenimenti di attualità come La caduta di Messolungi il giorno 26 aprile 1826 (II.6.23) e Il coscritto bolognese in patria (II.6.50); altri di argomento bolognese, come L'origine della torre degli Asinelli (II.6.35), Gli avvenimenti delle famiglie bolognesi Galluzzi e Carbonesi riconciliate da Antonio Lambertazzi (primo dramma storico-patrio di una lunga serie) e il ritorno sulle scene de Il famoso ladro del Monte di Bologna.

93 Uno dei primi esempi di "azioni spettacolose" è costituito proprio da Corradina d'Este al torneo o l'eroe del Rubicone data dalla compagnia Zuccato nel luglio del 1810, ma l'elenco dei titoli bizzarri prosegue fino agli anni '30, mescolando soggetti di fantasia come La sconfitta dei Cananei al monte Tabor (II.6.41) e Il trionfo di Genoveffa duchessa di Traven e del Bramante ossia la sconfitta del feroce conte Golo (II.6.42), con altri pseudostorici, quali Giovanna d'Arco liberatrice di Carlo VII re di Francia ossia la Pulcella d'Orleans, tratta dal ballo omonimo (vedi II.6.29) e Gustavo Terzo nipote di Carlo XII re di Svezia alla battaglia sul Kimer ossia L'eroina armata in campo di difesa del suo sovrano (II.6.104). Altrettanto numerosi sono i drammi patetici come L'ombra del vivo ossia l'orfanella della Svizzera (II.6.57), La rigattiera di Milano ossia il matrimonio in istrada combinato dalla generosità di un fratello (II.6.84), Carlotta Wanford ossia la giustizia del duca Wincester (II.6.56) o Le disgraziate avventure di Maria Verneuille ossia la povera fanciulla (II.6.99). Negli anni '40 la predilezione popolare si rivolse ai drammi storici d'argomento patrio e si fece più stretto il nesso tra rappresentazione teatrale e situazione politica del momento (cfr. il saggio della scrivente Dalle premesse giacobine alla rivoluzione del 1848, in Risorgimento e teatro a Bologna (1800-1849), a cura di Mirtide Gavelli e Fiorenza Tarozzi, Bologna, Patron, 1998).

94 La lettera firmata da "I conduttori dell'Arena del Sole", Antonio Tabanelli e Francesco Berti, si conserva in ASBo, Archivio Legazione Apostolica. Atti generali, tit. XXVI, anno 1832. Il manifesto originale annunciante la recita del "dramma popolare" di Zappoli, riprodotto in G. COSENTINO, L'Arena del Sole cit., p. 92, si trova presso il Civico Museo del Risorgimento. Per il patriota drammaturgo Agamennone Zappoli si rinvia alla scheda biografica a cura di M. CALORE, in Risorgimento e teatro cit., pp. 75-78.

95 La proprietà dell'Arena del Sole rimase nelle mani degli eredi Bonini fino al 1875 quando il locale venne acquistato da Petronio Carletti (già conduttore del teatro del Corso) che ne assunse personalmente la direzione. Alla sua morte l'Arena entrò a far parte del patrimonio dell'Opera Pia di San Giuseppe (cfr. Un centro dello spettacolo: il recupero dell'Arena del Sole, a cura del Comune di Bologna, Assessorato alla programmazione casa e assetto urbano, Bologna, Graficoop, 1980).

96 Cfr. ALFREDO TESTONI, Ricordi di teatro, Bologna, Zanichelli, 1925, pp. 40-41.

97 Si vedano in proposito La commemorazione del primo centenario dell'Arena del Sole, in "Il Piccolo Faust", n. 32, 3 aprile 1910, pp. 1-2; e ALESSANDRO CERVELLATI, I 140 anni del teatro più popolare di Bologna, in Bologna al microscopio, II, Bologna, Edizioni Aldine, 1950, pp. 87-98.

98 Cfr. JACOPO TARUFFI, La Montagnola di Bologna, Bologna, S. Tommaso d'Aquino, 1780. Nel poemetto scritto alla conclusione dei lavori voluti dal Legato Buoncompagni Ludovisi, l'autore, illustrando le attrattive e l'utilità sociale del parco pubblico bolognese, coglie il pretesto per tessere le lodi di alcuni membri dell'aristocrazia illuminata del tempo, primo tra tutti il marchese Francesco Albergati, cui il componimento è dedicato. Per le trasformazioni subite nel corso dei secoli da questo sito si rimanda a PATRIZIO PATRIZI, La Montagnola di Bologna, Bologna, Società Compositori, 1898; per la sua funzione sociale a GIANCARLO BERNABEI, La Montagnola. Storia di un popolo, Bologna, Patron, 1986.

99 Sulla radicata tradizione del gioco del pallone a Bologna si veda C. RICCI, I teatri di Bologna cit., Appendice IV, pp. 672-681. Ulteriori notizie, tratte sempre dalle cronache, in LODOVICO FRATI, Il Settecento a Bologna, Bologna, Atesa, 1979 (2° edizione anastatica), pp. 95-100. Durante tutto il Settecento e fino alla costruzione dello Sferisterio le partite, sempre a pagamento, si tennero entro recinti in legno sistemati nella piazza del Mercato.

100 Documenti relativi alla costruzione dell'Arena del Gioco del Pallone con una copia del progetto originario redatto da G. Tubertini, ingegnere capo dell'Ufficio tecnico comunale, si conservano in BCABo, Fondo Malvezzi de' Medici, cart. 147, fasc. 9. Per la Lettera circolare proponente la "sottoscrizione volontaria" in data 21 gennaio 1820, vedi 1.5.1.

101 Cfr. "Gazzetta di Bologna", nn. 38, 42, 44 del maggio 1822.

102 Nella Canzone per la solenne apertura della grandiosa Arena del Gioco del Pallone (vedi 1.3.2), leggiamo tra l'altro: "Ora a novel decoro / Degli ampi tuoi giardini / A cui già onore divini / le Muse tributar / Vasto recinto ammirasi / D'alte colonne e mura / Che i pregi di natura / Coll'arte superò. / In questa Arena nobile / il forte atleta, e prode / riscuote onori e lode / dal popol spettator". In effetti le prime partite furono salutate da una eccezionale produzione di sonetti spesso accompagnati da litografie ritraenti i campioni più popolari (vedi 1.3.4-6). In concomitanza con l'inaugurazione dell'Arena venne stampato un Regolamento, sintetizzato in 14 paragrafi, col titolo di Capitoli del gioco del pallone da osservarsi in Bologna (vedi 1.3.1). Per avere basilari informazioni sugli aspetti tecnici del gioco del pallone col bracciale, oggi completamente in disuso, si veda il catalogo della mostra intitolata Alle origini dello sport. Il gioco del pallone prima del calcio, a cura del Museo Civico del Risorgimento, Bologna, 21 ottobre-17 dicembre 1995, [s.n.t., 1995].

103 Cfr. Delibera comunale del 27 luglio 1830, con cui si stabiliva che l'Arena del Pallone poteva essere data in affitto anche per altri tipi di spettacolo che non fossero "sportivi". Il ricavato sarebbe servito per pagare la manutenzione e l'abbellimento dell'area circostante.

104 Tra il luglio e l'agosto del 1833 si segnala a più riprese l'intrattenimento offerto dal romano Mariano Pietro Senepa, sedicente "chimico", proprietario di palloni aerostatici di "nuova invenzione americana" rivestiti di cuoio e gonfiati a gas idrogeno, che assumevano varie fogge: a forma d'uomo, di cavallo, di pesce, di cane e di amorino (vedi 1.4.27 e 30).

105 Cfr. La distruzione dei masnadieri. Operetta in due atti composta da Paolo Diamanti per soprannome Narciso de' Marionetti, rappresentata a Bologna nell'Arena del Pallone l'estate del 1838, s.l., per le stampe del Fabri, s.a. (vedi CMBM, libr. 7306). Paolo Diamanti, in gioventù cantante, poi corista al Comunale e al Corso, infine copista di musica, era in quegli anni impegnato anche al teatro Nosadella come improvvisatore di "narcisate" (cfr. CARLO G. SARTI, Teatro dialettale bolognese, Bologna, Tip. Zamorini e Albertazzi, 1894, pp. 174-176). Alle rappresentazioni de I Masnadieri (vedi 1.4.35 e 47) si alternarono le 'beneficiate' a favore degli interpreti con relative composizioni poetiche (vedi 1.4. 40, 1.4.41, 1.4.44-45), fecero seguito il ballo del Montallegri (1.4.42), e l'esecuzione del secondo spartito in programma (1.4.37). Dopo questo primo esperimento, le opere buffe ricomparvero all'Arena del Pallone negli anni '50 del secolo, in concomitanza con l'apertura serale del locale ribattezzato 'politeama'.

106 Secondo il Guidicini (Cose notabili cit., IV, p. 339 sgg.) la Cavallerizza della "Seliciata S. Francesco" (odierna piazza Malpighi) venne costruita a ridosso delle vecchie mura nel 1612 a spese del Reggimento. L'edificio fu rinnovato nel 1734 ad opera del Dotti (vedi scheda 23, p. 131 in ANNA MARIA MATTEUCCI, Carlo Francesco Dotti e l'architettura bolognese del Settecento, Bologna, Alfa, 1968), ma già a fine secolo mostrava segni di degrado tali da essere "appuntellato e anche in parte scoperto". Venne steso un progetto di restauro ma alla fine si preferì venderlo nel 1824 alla famiglia Rusconi, proprietaria del vicino palazzo Dondini. A ricordo dei primi spettacoli dati in questo locale dalle compagnie Tournaire e Guillaume restano alcuni avvisi in VIII.31.3.1-4 e VIII.31.3.5.

107 Cfr. avviso in VIII.31. 3. 6; si veda anche "Gazzetta di Bologna", n. 3 del 1810: "È ritornato in questa città il Circo di Equitazione Tournaire con la sua truppa aumentata di molti buoni soggetti d'ambo i sessi. Il rinnovamento di questo spettacolo interessante, ripieno di novità e variato da graziose scene comiche, da tablò e manovre di equitazione e volteggio, niente lascia da bramare". La successiva presenza di "serragli" al Maneggio pubblico viene segnalata sempre dalla "Gazzetta di Bologna" nel 1815 e 1816. In questo secondo caso si trattò del serraglio di Domenico Chiesa (vedi VIII. 31.3.7-9), che proponeva 45 animali feroci o rari, dei quali forniva un dettagliato elenco in cui, tra la jena del paese degli Ottentotti. l'orso canadese, l'istrice, il mandrillo, il pellicano dell'isola di Cipro, figuravano anche "due corpi umani inseparabili".

108 Il "locale di via Barbaziana" (odierna via C. Battisti) potrebbe forse identificarsi con la chiesa sconsacrata di S. Barbaziano acquistata dal Comune del 1813. Apprendiamo ancora dalla "Gazzetta di Bologna" (n. 101 del 1826 e n. 9 del 1828) che questo locale ospitò il "Grande Reale Serraglio arrivato da Vienna", quindi i cavallerizzi guidati dai Desorme padre e figlio (vedi VIII.31.1-3) e che quest'ultimo, per tutta la durata del soggiorno, impartì lezioni di equitazione e volteggio. Per quanto riguarda il "locale Malvezzi da S. Sigismondo", che ospitò gli spettacoli del Lepicq (vedi VIII.30.1.7), potrebbe trattarsi dell'antica cavallerizza della Ca' Grande dei Malvezzi in via Belmeloro.

109 Nell'impossibilità di segnalare tutti gli spettacoli d'arte varia dati nei teatri bolognesi, ci limiteremo a segnalare alcuni tra quelli documentati nella presente raccolta. Al Comunale nel 1807 Francesco Bienvenu mostrò "esperienze fisiche" (vedi IV.14.19), l'anno seguente si videro gli "esperimenti" di Giuseppe Lionetti il "vero uomo incombustibile" (vedi IV.14.17), nel 1814 dei "balli a cavallo" e cani ammaestrati (vedi IV.14.24), nel 1827 fu la volta delle "forze ginnastiche" del Mathevet (vedi IV.14.58) e ancora nel 1831 si ammirarono le "ricreazioni meccaniche" di Carlo Pianca (vedi IV.14.121). Se al teatro del Corso sfilarono cani ammaestrati e animali africani (vedi VI.19.72), numerose scimmie e un lama del Nuovo Mondo (vedi VI.19.206), al Contavalli nel 1822 si esibì Felice Brazzetti in giochi fisici e meccanici (vedi V.18.35) e tra il 1823-24 poterono essere messi a confronto i ventriloqui Sauber e Faugier (vedi V.18.40-42). Per non essere da meno, anche il Marsigli mostrò i "fenomeni" di ottica e idraulica di Giuseppe de Rossi (vedi VII.23.45). Per gli improvvisatori, onnipresenti nel primo quarantennio dell'Ottocento in tutte le sale pubbliche o private, basti citare i più noti tra quanti si esibirono a Bologna: Jacopo e Francesco Baldinotti, Solimano Erbosetti, Guido Baldi, Leopoldo Fidanza, Gaspare Matteo Leonesi, Antonio Bindocci, Giovanni Sgricci e l'inarrivabile Rosa Taddei, che tenne banco al teatro del Corso per quattro mesi (vedi avvisi in VI.19.234-240).

110 Si vedano avvisi e manifesti illustrativi in VII.20.42 e 68; VII.20.46; VII.20.47-56 e 58, e la "Gazzetta di Bologna", n. 45 del 1809, s.v. Illusioni ottiche.

111 Sul "prato di S. Francesco", nei pressi dell'omonima chiesa, si sistemò nel 1828, ad esempio, il serraglio di madame Tournaire "direttrice del Circo Imperiale dell'Accademia di equitazione in Pietroburgo", che vantava come attrattiva un elefante addomesticato e un rinoceronte, e nel 1838 si ammirò il "Gran Serraglio di belve vive" di Benedetto Advinent, domatore di professione, che prometteva di far assistere al "nuovo grandioso spettacolo del bagno del grande orso bianco" e al pasto delle belve "con pollastri e piccioni vivi". Nelle Scuderie Barbazza con accesso da via del Cane, tra il 1826 e il 1828 diedero spettacoli continuati il gran serraglio del sig. Giovanni Rossi (vedi VIII.32.12) e quello del sig. Gautier.

112 Cfr. "Gazzetta di Bologna", n. 53 del 1819.

113 In proposito si vedano le pagine di documentazione tratta dalle cronache, su esposizioni di animali esotici, esibizioni di funamboli e "ballarini da corda" in C. RICCI, I teatri di Bologna cit., Appendice IV, pp. 681-896.

114 Venne chiamato Sala delle Accuse il locale ricavato all'interno dell'ex Arte dei Merciai, situata appunto in via delle Accuse, nei pressi del Voltone del Podestà. Questa sala fu per decenni adibita a spettacoli popolari ed esposizioni d'ogni genere (vedi avvisi in VIII.30.10.1-3). Sugli "Androidi" dei Drotz si veda in "Teatri, Arti e Letteratura", n. 238 del 1828, s.v. Meccanica.

115 La Sala della Locanda del Leon d'Oro, in via Orefici, sede di popolari feste da ballo durante il carnevale, sembra fosse specializzata nell'esposizione di esseri umani con caratteristiche fisiche abnormi (vedi VIII.30.6.1-3 e 4).

116 Anche la Sala di palazzo Pepoli vecchio, con accesso dal Volto Sampieri, venne usata di norma per feste da ballo carnevalesche frequentate dalla borghesia. Occasionalmente ospitò 'accademie' (del sopranista cav. Sampieri, degli improvvisatori Clappié (VIII.30.4.3) e Anfrisio (VIII.30.4.1). La Sala Bottoni in via S. Stefano n. 90, si trovava all'interno dell'ex palazzo Rossi Turrini, inglobato nella costruzione dell'attiguo teatro del Corso, ma poi venduto al possidente ferrarese Giovanni Bottoni. Anche in questo caso la sala, riccamente affrescata, servì per eleganti veglioni (vedi IX.43.1-5), oltre ad essere adibita ad esposizioni, spettacoli (vedi III.9.1 e 2-3), ed incontri di scherma, quelli stessi che in precedenza si erano tenuti nell'atrio del teatro del Corso (vedi VI.19.62-63).

117 Cfr. C. RICCI, I teatri di Bologna cit., Appendice IV, pp. 665-671; ALESSANDRO CERVELLATI, Fagiolino & C. Storia dei burattini e dei burattinai bolognesi, Bologna, Arti Grafiche dell'Istituto Aldini Valeriani, 1964; e due saggi più recenti, rispettivamente di ROBERTO LEYDI, Burattini e marionette nel XVIII secolo (Venezia e Bologna) e di REMO MELLONI, Le marionette a Bologna nel XVIII secolo, in Il teatrino Rissone. Marionette, scene, costumi, attrezzeria e repertorio di un teatrino dell'Ottocento, Modena, Panini, 1985, pp. 19-24 e 25-28. Una certa confusione è dovuta al fatto che nei documenti i vocaboli "bambocci", "marionette", "burattini" vengono spesso usati come fossero sinonimi.

118 Dalla seconda metà del XVIII secolo la presenza di compagnie di marionettisti di professione divenne una consuetudine per i piccoli teatri del contado bolognese, modenese, ecc., che oltre alle recite dei dilettanti locali poco altro avevano da offrire. Qui le marionette sostituivano talora le troppo costose opere in musica o le compagnie comiche non sempre disponibili.

119 Cfr. G. GUIDICINI, Cose notabili cit., III, p. 98. Il così detto teatro Legnani era stato ricavato, per volontà del conte Girolamo Legnani, da un locale annesso al palazzo, posto al pianterreno e con accesso indipendente su via S. Mamolo al civico 35. Sempre a detta del Guidicini fu un "teatrino per burattini nel quale di carnevale si recitò per molti anni commedie estemporanee con intermezzi per musica", e in effetti il cronista Domenico Maria Galeati lo menziona spesso del suo Diario, dal 1769 in poi, citando talora i titoli degli intermezzi in musica, appositamente composti, che vi si diedero, e per alcuni dei quali venne stampato il libretto, come ad esempio per L'Alchimista per amore. Intermezzo a quattro voci posto in musica dal sig. Carlo Spontoni bolognese, da rappresentarsi nella sala annessa al palazzo del nobile sig. conte senatore Girolamo Legnani Ferri il carnevale dell'anno 1785, Bologna, Stamperia S. Tommaso d'Aquino, s.a. (vedi CMBM, libr. 9023). Su spettacoli, non datati, di marionette al teatro Legnani vedi avvisi in VIII.30.11.6-7).

120 Per il teatrino da marionette di casa Poggi sappiamo che Antonio Basoli nel 1809 dipinse la volta del soffitto e le lunette. La bella sala di Borgo Paglia, una volta smessi gli spettacoli marionettistici, venne usata per tenervi veglioni carnevaleschi a pagamento.

121 G. Guidicini nel suo Diario, cit., III, p.158, segnalava ai primi di gennaio del 1814: "S'è inaugurato un teatro nella chiesa di S. Tommaso del Mercato". La chiesa, posta all'angolo tra via Malcontenti e Mercato di Mezzo in effetti era stata soppressa fin dal 1806 e data in affitto, ma gli spettacoli previsti non poterono aver luogo, e il locale tornò ad essere adibito a deposito.

123 Il così detto Teatro Antico Corso delle Maschere era in via Mascarella e da questa strada in un certo senso traeva il nome: la tradizione popolare voleva infatti che qui avesse luogo nei tempi andati uno dei corsi carnevaleschi mascherati bolognesi. A quanto risulta fu locale d'una certa eleganza, dotato di palchetti, in funzione dagli anni '30 ma le prime notizie su di esso si traggono da una lunga recensione comparsa su "Teatri, Arti e Letteratura" in data 12 marzo 1835, a proposito di una messa in scena della Norma di Bellini "spettacolo mai rappresentato con marionette" (al Comunale l'opera era stata data per la prima volta nel 1833), che venne replicata per 4 sere, nella quale "più di 50 figure in perfetto costume agivano, oltre di che più memorabile rendevano questo trattenimento i cori in musica e i vari pezzi cantati da valenti soggetti". Lo spettacolo venne completato da balli pantomimici, si avvalse "di una nuova macchina di fantasmagoria" e anche di un nuovo tipo di marionette "all'uso di Napoli", fatte cioè con la stessa tecnica delle figure usate per i presepi napoletani.

124 Il bolognese Angelo Ruvinetti, già attivo sulla fine del XVIII secolo, fu conduttore di una modesta compagnia con cui percorreva il contado bolognese (lo troviamo a più riprese nei teatri di Medicina, Crevalcore, Pieve di Cento, ecc.), durante i periodi in cui a Bologna non si davano spettacoli marionettistici. In città trovò ospitalità in casa Cuzzani alle Moline, quindi al San Gabriele e infine, ormai avanti con gli anni, al San Saverio.

125 Per i primi anni di attività del teatro Nosadella vedi avvisi in VII.24.1-2 del 1819. Vista l'affluenza di pubblico, il redattore della "Gazzetta di Bologna" durante il carnevale del 1820 doveva convenire che anche gli spettacoli di marionette, finora ignorati, meritavano attenzione, soprattutto quelli dati al teatro Nosadella "onorato più volte da persone intelligenti e colte", dove agiva Onofrio Samoggia. Questi fu in effetti uno dei più rinomati ed abili marionettisti-impresari del secolo, autore di molteplici canovacci, impegnato in frequenti tournées. A Bologna lo troviamo per un paio d'anni al Nosadella, quindi nel teatrino di via del Poggiale, al S. Saverio ed ancora in via del Poggiale.

126 Intorno al marionettista Antonio Grandi vedi sonetto in XI.48.105; per l'opera buffa del 1832 si veda il libretto a stampa La nuova pianella perduta. Dramma buffo per musica da rappresentarsi in Bologna nei teatri Antico Corso delle Maschere e Nosadella la primavera dell'anno 1832, Bologna, Tipografia delle Muse, s.a. (CMBM, libr. 728).

127 Cfr. L'armur dla piazza d'giorn e d'la sira. Scherz del Narzis Pavel Diamant, esegué in t'al teater dla Nosadella al carneval del 1843, Bologna, Tiocchi, s.a. (CMBM, libr. 7569) e La lit in piazza e la pas in person o sia l'amour prutett dal giust, seguito degli Armur dla piazza scritto da Paolo Diamanti per la sua serata di beneficio il lunedì 13 novembre 1843 (CMBM, libr. 7568). L'episodio riguardante Rossini viene riferito da "Teatri, Arti e Letteratura" in data 4 febbraio 1843, ove si legge tra l'altro che "l'immortale Rossini, voglioso di sentire un po' di musica, ha formato una Società per passare una delle ultime serate di carnevale ai burattini della Nosadella". Un successo strepitoso infine si registrò, sempre al Nosadella, nel 1846 con la rappresentazione marionettistico-meccanica intitolata L'inaugurazione della strada ferrata della Laguna Veneta nella quale si vedevano "correre i vagoni".

128 Sulle "Narcisate" e sulla maschera di "Persuttein", si rimanda ancora una volta a CARLO G. SARTI, Il teatro dialettale cit., pp. 166-170.

Testo di Marina Calore