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Il cholera morbus nella citta di
Bologna l'anno 1855
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Nel 1855 nel cimitero comunale della Certosa furono sepolte
più di 7.000 persone. Dunque la Deputazione Straordinaria
di Sanità dovette affrontare una vera e propria emergenza
legata alla gestione dei cadaveri, più che raddoppiati
rispetto ai decenni precedenti. In realtà l'emergenza
fu ancora maggiore se si considera che fu concentrata in un
periodo relativamente breve, dato che nel solo mese di luglio
i morti furono 2.371.
Il problema non era soltanto di garantire una degna sepoltura
per tutti, ma anche di limitare l'impatto psicologico che
la morte di tante persone poteva avere sullo stato d'animo
dei bolognesi. Si decise quindi di far transitare i cadaveri
dagli ospedali direttamente alla camera mortuaria di S. Rocco,
senza farli passare dalle rispettive parrocchie, e di non
fare suonare le campane per i defunti. Non è difficile
immaginare come il suono continuato delle campane a morte
potesse aumentare l'angoscia ed il terrore dei vivi. Già
prima dell'epidemia il trasporto dei cadaveri alla camera
mortuaria e da S. Rocco alla Certosa non era mai effettuato
di giorno: la morte andava occultata, tanto più in
tempo di colera, e così i carri funebri (i cataletti)
si distinguevano dai mezzi che trasportavano i malati nei
lazzaretti soltanto per la presenza di una piccola croce.
Particolari disposizioni avevano l'obiettivo di tranquillizzare
i bolognesi che, più della morte, temevano di essere
sepolti vivi. Anche in questo caso, già prima dell'epidemia,
i cadaveri venivano tenuti in osservazione per diverse ore,
per poter certificare con sicurezza l'avvenuto decesso. Le
caratteristiche del colera all'ultimo stadio (stadio del collasso:
temperatura del corpo bassissima e pulsazioni impercettibili),
contribuivano a alimentare la paura di finire anzitempo nelle
camere mortuarie.
Nonostante l'alto numero dei decessi, non si fece ricorso
a fosse comuni. Ogni corpo fu sepolto in una fossa unica,
cioè individuale, all'interno dei campi già
esistenti per chi moriva negli ospedali.
Non tutti i morti per colera confluivano alla Certosa, dato
che erano ancora in funzione diversi cimiteri nelle frazioni
fuori dalle mura (gli appodiati), come a San Ruffillo, dove
la cronaca di Enrico Bottrigari segnala con orrore cadaveri
insepolti e non cosparsi di calce disinfettante. Inoltre,
da parte di molte famiglie benestanti vi furono richieste
di poter seppellire i propri cari nelle tombe gentilizie.
Così ad esempio lo stesso Bottrigari, che fece seppellire
la madre, Maria Tadolini, morta di colera il 16 agosto, nella
tomba privata posta alla Certosa.
Le sepolture
La statistica dei sepolti al Cimitero della Certosa dal 1801
(anno di apertura) al 1856 mostra l'impennata di sepolture
(7071) avvenuta nel 1855: l'anno prima erano stati sepolti
3333 cadaveri, l'anno dopo saranno 3327, meno della metà.
La mortalità nel 1855 fu del 9%, contro il 4% che si
registrava normalmente, ma va anche considerato che Bologna
nei mesi dell'epidemia contava diverse migliaia di abitanti
in meno, fuggiti nelle campagne.
La Certosa era suddivisa in numerosi campi (cfr. la colonna
di sinistra, con le lettere dell'alfabeto corrispondenti a
ventidue recinti, riservati ad altrettante categorie di defunti).
I morti di colera non furono sepolti in zone appartate, ma
nei campi riservati a chi moriva negli ospedali: "F"
per gli uomini, "G" per le donne. Da notare che
i dipendenti pubblici, dal 1822 al 1867 venivano sepolti in
un campo a loro riservato ("N").
I corpi venivano sepolti a cinque piedi di profondità
(1,90 m, calcolato con apposita canna in dotazione agli scavatori),
su uno strato di sabbia, e poi cosparsi con calce, prima di
essere coperti da un altro strato di sabbia e poi di terra.
La fossa per i morti di colera era più profonda di
un piede (0.38 m) rispetto a quelle normali. Le inumazioni
avvenivano, in genere, ponendo direttamente il corpo nella
terra: le casse erano troppo costose e in pochi potevano permettersele.
Per il trasporto alla camera mortuaria e ai cimiteri, il cadavere
veniva invece sempre collocato in una cassa di legno.
Sepolti vivi: "Ahi, cadaveri son pria d'esser morte!"
C'era solo una cosa che spaventava più della morte:
essere sepolti vivi. Filippo Pacini descrive chiaramente l'ultima
stadio del colera, la morte apparente, quando prima del collasso
finale il malato, algido e con le funzioni vitali ridotte
al minimo, può essere creduto morto. Ad aumentare questo
timore contribuivano in alcuni casi dei movimenti postmortali,
con contrazione degli arti in strane posizioni, che facevano
pensare a reazioni scomposte da parte di un sepolto vivo,
nel tentativo di uscire dalla cassa.
Scrive Pacini, a p. 16:
In generale poi
i cadaveri dei colerosi non dovranno essere trattati come
veri cadaveri, se non che quando abbiano principiato a dare
qualche indizio non equivoco di putrefazione: unico segno
certo della morte.
Per questo motivo, e contrariamente ad ogni logica
igienico-sanitaria, i cadaveri venivano tenuti in osservazione
24 ore (in piena estate!), con la cassa scoperta, prima di
essere portati alla sepoltura. Da qui le proteste dei portantini
che trasportavano i corpi nella nuova camera mortuaria, costruita
in fretta e furia in luglio nella chiesa di San Rocco, accanto
alla vecchia: la mancanza di finestre rendeva l'aria irrespirabile
ed il selciato di sassi, senza scoli, non faceva defluire
gli umori o liquidi che partono dai cadaveri (cfr. ASCBo,
Segreteria generale. Carteggio amministrativo. a. 1855. tit.
XV. prot. 280).
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Filippo Pacini
Sull'ultimo stadio del colera asiatico o stadio di
morte apparente dei colerosi e sul modo di farli risorgere,
memoria del dott. Filippo Pacini
Firenze, N. Martini, 1871 |
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Gazzetta di Bologna, 18 settembre 1855
Riporta un caso avvenuto a Ferrara di una bambina
di due anni creduta morta di colera e posta accanto al
cadavere di un parente, in attesa di sepoltura. All'ultimo
momento fu salvata dalla balia, che la vide muoversi. |
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Repubblica Cisalpina. La Commissione di Sanità
nel Dipartimento del Reno
Regolamenti discipline di sanità pel Cimitero
Comunale di Bologna [1801?].
Il primo regolamento del cimitero della Certosa, emanato
il 22 germile, anno 9 della Repubblica (12 aprile 1801),
prevedeva già precise norme per evitare di seppellire
persone in vita. |
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Lettera inviata da Camillo Azzaroni, arciprete e
presidente della Commissione di Sanità
dell'appodiato di S. Egidio a Paolo Predieri, presidente
della Deputazione Comunale Straordinaria
La lettera, dai toni disperati, segnala i problemi legati
alle sepolture effettuate nei cimiteri delle varie frazioni
poste intorno alla città, spesso troppo vicini
alle abitazioni. Solo a partire dal 1 gennaio 1868 tutti
i cadaveri del Comune di Bologna verranno sepolti alla
Certosa, sopprimendo i cimiteri parrocchiali degli appodiati.
Anche nelle camere mortuarie delle parrocchie i corpi
venivano lasciati per 24 ore in osservazione.
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Deputazione Comunale di Sanità
Modulo di denuncia di morte. Modulo di accompagnamento
di cadavere
La Deputazione Straordinaria preparò e distribuì
negli Uffizi di Soccorso diversi moduli da compilarsi
nelle varie fasi dell'azione contro l'epidemia. Compilare
correttamente i moduli, annotare con diligenza nei registri
i nuovi casi di colera, seguire con precisione le direttive
della Deputazione non significava solo fare burocraticamente
il proprio dovere, ma era indispensabile per il buon funzionamento
della macchina dei soccorsi e per non perderne il controllo. |
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Nella nota manoscritta, Paolo Predieri, presidente
della Deputazione Straordinaria, trasmette a Francesco
Maria Neri, membro della stessa Deputazione, la richiesta
di stampare mille moduli di denuncia di morte per gli
Uffizi di Soccorso: la data è il 19 luglio, l'epidemia
aveva raggiunto l'apice.
I permessi di seppellimento, compilati quando il cadavere
entrava nel cimitero, forniscono importanti informazioni
sul defunto, dalla professione alla causa di morte.
In evidenza è la scheda del dott. Pietro Golfieri
(n. 5845), giovane medico di 28 anni, morto di colera
il 17 luglio mentre prestava servizio al lazzaretto
del Ricovero.
Venne sepolto nel campo "F", riservato agli
uomini che morivano negli ospedali, ma dove furono sepolti
anche gli uomini morti di colera nelle proprie abitazioni.
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Progetto di massima per il piano
regolatore del Cimitero Comunale di Certosa (particolare)
1892

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L'ossario è l'edificio circolare posto subito
oltre le mura della Certosa, nell'angolo ad est, vicino
al canale di Reno.
Nei primi decenni del Novecento l'area verrà inglobata
dall'espansione del cimitero. Questa fotografia, più
volte pubblicata, mostra l'edificio dove furono collocate
le ossa delle vittime del colera.
Al momento non si hanno notizie di quando l'ossario fu
costruito, né di quando fu abbattuto.
L'edificio, di forma circolare, compare in una pianta
della Certosa del 1836, mentre non sembra essere presente
in una mappa del 1829, e dunque potrebbe essere stato
costruito tra queste due date. Risulta ancora presente
in una pianta del 1911.
Normalmente i corpi venivano riesumati dalle tombe nel
terreno ogni 10 anni, per cui si può presumere
che l'ossario abbia ospitato le ossa dei morti di colera
dopo il 1865. |
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Cimitero della Certosa
La lapide sepolcrale sulla tomba a pozzetto di Raffaele
Rapetti.
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Lettera di Carlo Raguzzi e della moglie, Carlotta
Rapetti, al Senatore Luigi Davia per
chiedere la sepoltura di Raffaele Rapetti nella tomba
della famiglia Raguzzi e
non nel campo degli ospedali.
ASCBo. Segreteria generale. Carteggio amministrativo.
a. 1855. tit. XV. prot. 183.
Il professore Raffaele Rapetti (1813-1855), avvocato,
giudice e professore di diritto criminale, è
citato tra le persone celebri morte di colera nella
lettera che Luigi Frati inviò a Lodovico Amorini
Bolognini il 4 settembre 1855. Non fu sepolto nel campo
ospedali, ma neanche nella tomba del cognato, come era
stato richiesto dai familiari, bensì in un tumulo
a parte. I ceti abbienti non gradivano che i propri
cari morti di colera fossero sepolti in una semplice
fossa del campo ospedali, per cui fu concessa, se richiesta,
la tumulazione nelle tombe di famiglia, a patto che
il sepolcro, sigillato con pietre e calce, non fosse
riaperto fino a data da destinarsi.
Su alcuni tumuli in Certosa è invece indicato
espressamente che all'interno si trovano le spoglie
dei defunti di una data famiglia, "esclusi quelli
che nel 1855 morirono di cholera".
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La Deputazione Straordinaria dovette affrontare anche
il problema dei morti di colera indigenti, che non potevano
pagare le spese di sepoltura. Don Luigi Galli, vicario
della parrocchia di San Silverio di Chiesa Nuova, chiese
il rimborso per la sepoltura di alcuni miserabili morti
di colera. Nella lista sono indicate le spese per il becchino,
quattro portantini e un staio di calce (39,32 litri),
per un totale di 2 scudi e 49 baiocchi.
Nella nota in basso a sinistra del 20 luglio, Paolo Pedrieri,
presidente della Deputazione Straordinaria, aggiunge uno
scudo al becchino, "per gratificazione". |
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